Béla Tarr (1955–2026): Time, Cinema and the Ethics of Attention
Béla Tarr died on 6 January 2026. Across nine films, he transformed time into an ethical stance and cinema into an act of resistance.
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“Conversation with” at the 20th Marrakech IFF, interview with actor Willem Dafoe Bénédicte Prot
Béla Tarr si è spento a Budapest il 6 gennaio 2026, all’età di 70 anni. La sua carriera comprende solo nove lungometraggi, da Family Nest (1979) a Il cavallo di Torino (2011), ma pochi registi degli ultimi cinquant’anni hanno lasciato un segno paragonabile nel linguaggio del cinema.
Nato a Pécs nel 1955, Tarr iniziò a realizzare film da adolescente, lavorando presso il Balázs Béla Stúdió, il principale laboratorio del cinema sperimentale ungherese. Il suo esordio, Family Nest, vinse il Grand Prix al Festival di Mannheim e gli aprì le porte dell’Accademia di Teatro e Cinema di Budapest. Già in questa fase iniziale, il suo interesse non era lo stile, ma la realtà, osservata senza mediazioni.
Intervistato da FRED Film Radio alla Berlinale 2019, Tarr respinse l’idea di “influenze” esterne in senso convenzionale. «Soprattutto la vita», disse. «Quello che vedo. Quello che è serio e importante per me». Il cinema, secondo lui, non era una costruzione astratta, ma la trasformazione dell’esperienza vissuta in una visione personale da condividere con gli altri.
Nel corso dei suoi film, Tarr ha sviluppato un approccio formale radicale basato su lunghi piani-sequenza accuratamente coreografati, spesso della durata di diversi minuti. Il montaggio è ridotto al minimo, la progressione narrativa si attenua e il senso emerge attraverso la durata, non attraverso la trama.
Nella stessa intervista a FRED, Tarr sosteneva che il cinema mainstream ignora le condizioni fondamentali dell’esistenza. «La nostra vita accade nello spazio e nel tempo», affermava, criticando i film che si affidano a una drammaturgia lineare e a spiegazioni continue. Per lui, il cinema dovrebbe educare lo spettatore ad «ascoltare i dettagli», a restare presente, attivo ed esposto a ciò che si dispiega sullo schermo.
Questa insistenza sulla durata non è una provocazione. È un modo per restituire gravità all’esperienza, permettendo a gesti, fatica, clima e silenzio di farsi portatori di senso senza manipolazioni.
I film di Béla Tarr sono inseparabili dai loro ambienti. Pioggia, vento, fango e interni in decomposizione non sono elementi atmosferici, ma forze attive che modellano la vita dei personaggi. Le ricorrenti ambientazioni ungheresi del post-comunismo funzionano come sistemi di pressione, in cui l’esaurimento sociale e morale diventa visibile attraverso la ripetizione e la stasi.
Opere come Damnation (1988) e Le armonie di Werckmeister (2000) ritraggono comunità sull’orlo del collasso, governate più dalle condizioni che dagli eventi. La macchina da presa di Tarr non giudica questi mondi. Rimane con loro.
Questa postura etica si estende anche alla sua idea di autorialità. Come sottolineò nell’intervista, Tarr rifiutava la nozione romantica del regista come “artista”, descrivendo invece il cinema come lavoro fisico, svolto nel freddo, sotto la pioggia, prima dell’alba. Ciò che conta, insisteva, è creare una situazione umana tra le persone, non produrre un oggetto da consumare.
Sátántangó (1994), adattamento di 450 minuti del romanzo di László Krasznahorkai, resta l’opera più influente di Tarr. Spesso citato come uno dei film fondamentali del cinema lento contemporaneo, non si limita a rappresentare la disgregazione sociale. Costringe lo spettatore ad abitarla, passo dopo passo, ciclo dopo ciclo.
Quando gli chiedemmo della visione frammentata del film, Tarr reagì con la consueta franchezza. La durata, sosteneva, non è opzionale. Il pubblico accetta ore di Wagner, gli spettatori teatrali assistono a Shakespeare senza tagli, eppure al cinema si pretende l’obbedienza a limiti arbitrari. La sua obiezione non era nostalgica, ma politica. Il tempo non dovrebbe essere dettato dalla convenienza dell’industria.
I film di Tarr non hanno mai avuto successo commerciale, ma il loro impatto sul cinema d’autore è stato profondo. Registi come Gus Van Sant lo hanno citato apertamente come influenza centrale, in particolare per la “Death Trilogy” (Gerry, Elephant, Last Days), dove ritmo e movimento di macchina riflettono l’impegno di Tarr verso la presenza. Anche il cinema di Jim Jarmusch condivide una fiducia simile nella durata e nell’osservazione.
Ciò che Tarr ha offerto non è stato un modello da copiare, bensì un permesso. Il cinema poteva rallentare senza diventare inerte. Poteva rifiutare l’urgenza narrativa senza perdere intensità.
Dopo Il cavallo di Torino, che vinse il Grand Jury Prize al Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 2011, Tarr dichiarò conclusa la sua attività di regista di lungometraggi. In seguito spiegò che ripetersi sarebbe stato disonesto.
L’ultima fase della sua carriera si è incentrata sulla formazione. Nel 2012 ha fondato film.factory a Sarajevo, una scuola internazionale basata su un modello aperto e non gerarchico. Come raccontò a FRED Film Radio, non si trattava di educazione, ma di «liberazione». Il suo obiettivo era proteggere i giovani registi dalle aspettative del mercato e aiutarli a trovare il coraggio di essere onesti.
Béla Tarr ci lascia film che rifiutano la velocità, il comfort e la semplificazione. Chiedono tempo perché credono che il tempo sia il luogo in cui nasce la dignità.
Written by: Federica Scarpa
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