Un film che mescola arte, etica e tecnologia, “THE PØRNØGRAPHƏR” rappresenta una nuova frontiera del cinema digitale. Presentato alla Settimana Internazionale della Critica alla Mostra del Cinema di Venezia, questo cortometraggio si distingue per il suo approccio innovativo, combinando interventi algoritmici e creatività umana, e pone domande profonde sulla rappresentazione del corpo e dell’identità nell’era digitale.
Un progetto che unisce umano e artificiale
Il collettivo Hariel, artefice di “THE PØRNØGRAPHƏR“, ha elaborato un processo produttivo unico, radicato in un manifesto umanista per un cinema in intelligenza artificiale. La loro filosofia si basa sull’integrazione continua tra l’intervento umano e le capacità dell’IA. “Manteniamo sempre un elemento umano durante la produzione, con l’obiettivo di sperimentare e sfidare i limiti delle immagini generate”, spiega uno dei membri del collettivo.
Il film nasce da immagini generate da modelli di intelligenza artificiale, spesso frutto di errori e sperimentazioni che hanno portato a creazioni visive allucinatorie. Da queste immagini surreali, gli autori hanno costruito una narrativa che esplora la natura dei corpi, la loro caratterizzazione e come le etichette influenzino la nostra percezione. “Il film è sulle etichette e sulla decostruzione di quelle che tentiamo di applicare ai corpi“, affermano gli autori.
“La nostra sfida principale è far esplodere la visione del mondo proposta dagli algoritmi generativi, che sono costruiti attraverso l’etichettatura di immagini e parole.” L’obiettivo è mettere in discussione le categorie predeterminate dall’IA, esplorando nuovi immaginari artistici e estetici. La loro produzione, infatti, mira a riflettere anche su come le macchine interpretano e classificano i corpi, spesso in modo distorto o limitato.
La rappresentazione del corpo e la libertà creativa
Il film si inserisce in un contesto più ampio di discussione sulla rappresentazione del corpo e sulla sessualità nell’era digitale. “Se qualcosa esiste e può essere articolato in un prompt, può essere generato dall’IA“, commentano. Questo apre a nuove possibilità estetiche, ma solleva anche questioni inquietanti riguardo al possibile utilizzo di tecnologie per generare scene di sesso o violenza prive di censura e limite.
L’importanza dell’open source e della sperimentazione
Uno degli aspetti più interessanti di “THE PØRNØGRAPHƏR” è il suo lavoro sugli algoritmi open source. Diversamente dai modelli proprietari, questi strumenti liberi consentono di rappresentare corpi non conformi e scene più audaci, creando uno spazio di libertà artistica e di critica sociale. “Il nostro film non sarebbe stato possibile senza l’open source“, sottolineano gli autori, che vedono nel modello aperto un mezzo per una rappresentazione più inclusiva e reale della diversità.
Il contributo dei festival alla nascita di nuove narrazioni digitali
La partecipazione di “THE PØRNØGRAPHƏR” alla Mostra di Venezia rappresenta una tappa fondamentale per il cinema in IA. I festival, secondo il collettivo Hariel, svolgono un ruolo centrale nel favorire il dialogo e la comprensione delle nuove modalità di narrazione, senza porre barriere o pregiudizi. “Vogliamo parlare con le persone, non solo con le macchine, e i festival devono essere piattaforme di confronto e sperimentazione“.
Un film che invita alla riflessione sul senso di identità e vulnerabilità nell’era digitale
Attraverso la sua narrazione complessa, il film affronta temi universali come la ricerca del sé e la vulnerabilità umana, partendo da un contesto digitale. “Il cinema in IA è un modo per esplorare i limiti, ma anche le opportunità di rappresentare l’autenticità e la diversità,” concludono gli autori. La loro opera testimonia come l’arte possa essere un potente strumento per interrogare e ridefinire i confini della nostra realtà nella società digitale.
Plot
Una videochiamata e tre uomini che faticano a capirsi l’uno con l’altro. Uno sguardo dall’alto o da qualche altra parte e un computer che sembra trasformarsi nella torre di Babele. Un viaggio nella carne marcita delle immagini, verso la conoscenza del loro creatore, verso la scoperta di qualcosa di intimo su se stessi in un luogo dove i corpi appaiono per quello che sono. E poi lui.