Presentato alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori – Notti Veneziane, “Una cosa vicina” di Loris G. Nese unisce memoria e speranza, tra tecniche miste e una narrazione che invita alla riflessione. Un’opera che, oltre ad essere un omaggio alla città di Salerno, si propone come un esempio di come il cinema possa essere uno strumento di ricostruzione identitaria e di dialogo sociale. Il racconto è reso attraverso le voci narranti di Francesco Di Leva e Mario Di Leva ed una raffinata commistione di linguaggi narrativi ed estetici quali le riprese dal vero, il disegno animato, la stop-motion e i filmati d’archivio.
L’archeologia della memoria: il cuore della narrazione
“Il film vive di queste due anime, quella privata e quella pubblica“, spiega il regista, sottolineando come nella narrazione sia una sorta di archeologo della memoria, che parte dalla fine e torna all’inizio per ricostruire un passato. Questo approccio permette di affrontare tematiche come l’identità, l’appartenenza e le sfide di una comunità territoriale come Salerno, con le sue storie di vita e di sofferenza.
Il processo di ricostruzione storica avviene attraverso la combinazione di diverse fonti: filmati di famiglia, racconti di vita privata e cronache locali. Questa mescolanza di linguaggi contribuisce a creare una narrazione complessa, capace di catturare le sfumature di un contesto sociale difficile e sfaccettato, senza mai scadere in retoriche semplicistiche.
Tecniche di produzione e linguaggi artistici
“Una cosa vicina” si distingue anche per l’uso di tecniche di animazione misto, tra disegni, stop motion e riprese dal vivo. Questa scelta tecnica, spiegata dal regista, nasce da una strategia di sperimentazione che mira a potenziare la forza emotiva di ogni scena. La flessibilità di switchare tra diverse tecniche durante le riprese permette di adattare il linguaggio al sentimento che si vuole trasmettere, rendendo ogni frame un elemento importante nel racconto.
Il montaggio con la collaborazione di Chiara Marotta aiuta a trovare il giusto equilibrio tra le immagini e le emozioni, creando un flusso narrativo che invita lo spettatore a immergersi nel mondo di “Una cosa vicina”. La combinazione di linguaggi visivi risulta fondamentale nel coinvolgere il pubblico, rendendo ogni scena un punto di vista unico sulla complessità della vicenda.
L’accoglienza a Salerno, e oltre
Gli autori concordano sul fatto che il pubblico di Salerno risponderà positivamente al film, riconoscendo nella narrazione le proprie storie e identità. “Salerno è una città divisa tra più anime, proprio come il film“, dice il regista, sottolineando che il racconto non condanna ma invita a riflettere sulla fluida natura dell’identità umana e sulle scelte di vita.
L’interesse è anche globale: si spera che la pellicola venga vista oltre i confini locali, in tutta Italia, per sensibilizzare il pubblico su temi sociali e culturali ancora attuali. La voglia di tornare al cinema e di scoprire storie intime, spesso ignorate dai grandi blockbuster, emerge come un desiderio condiviso per una proposta cinematografica che parla di realtà quotidiana e di speranza.
Plot
Negli anni novanta, un bambino cresce circondato da profondi segreti. Gli uomini della sua famiglia, compreso il padre, muoiono troppo giovani, ma lui non è ancora in grado di capire il perché. Quando scopre che il suo cognome pesa come un marchio in città, ha l’impressione di rivedere la propria vita nei film gangster e horror che ama, specchio della violenza che gli ha cambiato la vita. È proprio attraverso il cinema che, ormai adulto, comincia a interrogarsi sul passato, a ricostruire la propria identità. Trasformare la sua storia in un film diventa l’unico modo per affrontare un’eredità ingombrante, e colmare un vuoto che lo accompagna da sempre.