Venice Film Festival 2026 programme: films, filmmakers and new directions at Venezia 83
Venice Film Festival 2026 brings major returns, American indie cinema, radical works, restorations, new technologies and anticipated guests to the Lido.
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“Conversation with” at the 20th Marrakech IFF, interview with actor Willem Dafoe Bénédicte Prot

La Mostra del Cinema di Venezia 2026, in programma al Lido dal 2 al 12 settembre, presenta 88 nuovi lungometraggi, 18 cortometraggi, 19 restauri e 68 progetti immersivi. Le produzioni e coproduzioni rappresentano 62 paesi, mentre le opere sottoposte alla selezione sono state 4.740. Numeri che descrivono un festival ampio, ma soprattutto attraversato dalle inquietudini del presente: guerre, autoritarismi, disgregazione sociale, emergenza climatica, memoria e intelligenza artificiale.
Nella sua introduzione, Alberto Barbera si domanda se il cinema possa continuare a essere la finestra attraverso cui comprendiamo la storia, la politica e la geografia, oltre le zone più misteriose dell’esperienza umana. Venezia 83 sembra rispondere con una selezione priva di un’unica tendenza dominante, in cui autori affermati convivono con esordi, film monumentali e nuove forme audiovisive.
Venezia 83 conferma una tendenza già visibile alla Berlinale e a Cannes nel 2026, ma va definita con precisione. Il cinema americano non è scomparso dal circuito festivaliero: a ritirarsi è il sistema dei grandi studi. Registi, attori e produttori statunitensi restano presenti attraverso film indipendenti, società minori e coproduzioni internazionali. L’America creativa c’è ancora; è Hollywood, come apparato industriale, a battere in ritirata.
La distinzione non è secondaria. Per il cinema indipendente americano un festival può ancora cambiare il destino di un film: la selezione a Venezia, Cannes o Berlino garantisce una visibilità che nessun budget promozionale limitato potrebbe comprare, attira distributori, apre l’accesso a una conversazione globale. In certi casi non si limita a presentare questi titoli: li salva dall’invisibilità. Meno major significa meno grandi eventi promozionali, ma anche attenzione restituita alle opere per cui la prima è una necessità, non un accessorio.
Gli studi, al contrario, adottano una strategia sempre più prudente. Una première comporta recensioni immediate, reazioni incontrollabili, conferenze stampa in cui un film può impigliarsi in questioni politiche o industriali sgradite. Costi promozionali, rischio critico, timore del terreno politico: il problema riguarda molto meno la creatività americana che la disponibilità delle grandi corporation ad accettare lo sguardo pubblico.
Resta da capire se l’isolamento protegga davvero i blockbuster. Un film ad alto budget non ha bisogno di un festival per essere visto, ma può averne bisogno per diventare qualcosa di più di un prodotto sostenuto da una campagna globale: una première sulla Croisette o al Lido conferisce prestigio, crea un incontro reale con il pubblico e trasforma un’uscita in un evento culturale condiviso.
Sottrarsi al giudizio non rende un film migliore né ne garantisce il successo: riduce soltanto lo spazio dell’imprevisto, proprio quello su cui il cinema ha costruito una parte essenziale della propria storia. Più gli studi scelgono ambienti controllati, più i festival possono occupare il vuoto che lasciano e tornare alla loro funzione più necessaria: essere la vetrina di un cinema disposto a rischiare, e dare una possibilità ai film che il mercato, lasciato a sé stesso, non farebbe mai vedere a nessuno.

Oltre al già annunciato Ink di Danny Boyle, con Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy, tra i titoli più attesi figurano Look Back di Hirokazu Koreeda, girato in 35 millimetri, e Possible Love di Lee Chang-dong, ispirato, secondo Barbera, a uno degli episodi del Decalogo di Krzysztof Kieślowski. Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto affronta invece il trauma di un veterano del Vietnam divenuto attivista contro la guerra.
Dau di Ilya Khrzhanovsky, con i suoi 210 minuti, nasce dall’immenso esperimento artistico legato alla ricostruzione di un istituto scientifico sovietico. Barbera lo considera «un progetto forse unico nella storia del cinema, un esperimento audacissimo, ambiziosissimo».
Wild Horse Nine di Martin McDonagh riunisce John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Tom Waits e Parker Posey. I protagonisti sono due improbabili agenti della CIA impegnati in Cile. Il direttore ha preferito proteggere le sorprese del racconto, che presenta «risvolti talmente imprevedibili e divertenti che vanno scoperti vedendo il film». Un cast simile alimenterà inevitabilmente il consueto dibattito sulle delegazioni attese al Lido, anche se le presenze non sono ancora confermate.
Il concorso comprende inoltre Company di Casey Affleck, A Bit of Light di Ali Asgari, A Good Little Soldier di Stéphane Brizé, Woman Unknown di May el-Toukhy, A Place to Heal di Cédric Kahn, Bucking Fastard di Werner Herzog, con le sorelle Kate Mara e Rooney Mara, e Bunker di Florian Zeller, interpretato da Penélope Cruz, Javier Bardem, Stephen Graham e Paul Dano.

La presenza italiana comprende Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, Succederà questa notte di Nanni Moretti, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro e L’estranea di Paolo Strippoli.
Il ritorno di Moretti, assente dal concorso veneziano dopo Palombella rossa nel 1989, ha permesso a Barbera una nota ironica: «C’è da augurarsi che questo attesissimo ritorno possa farci perdonare l’errore compiuto 37 anni fa». Più cinefila è la storia di The Echo Chamber, interpretato da Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. Il film nasce probabilmente dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci. «C’è tutto Bernardo Bertolucci e la sua sofferenza degli ultimi anni di vita», ha spiegato Barbera, sottolineando però che il risultato appartiene pienamente allo stile di Pallaoro.
Per L’estranea, con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, Barbera parla di un salto di maturità e definisce Strippoli «un autore su cui vale assolutamente la pena di scommettere». Resta evidente lo squilibrio di genere del concorso, che presenta 19 registi uomini e una sola regista donna.

Venice Open riunisce 36 lungometraggi, 25 dei quali non-fiction. Tra i film di finzione figurano Nessun dolore di Gianni Amelio, Scherzetto di Mario Martone, Father Joe di Barthélémy Grossmann, con Kiefer Sutherland e Al Pacino, Place to Be di Kornél Mundruczó, The Basics of Philosophy di Paul Schrader e il film di chiusura Dio ride di Giovanni Veronesi.
L’evento musicale più discusso potrebbe essere Oasis: Don’t Look Back in Anger di Dylan Southern e Will Lovelace, dedicato alla riconciliazione, alle prove e al tour di Liam e Noel Gallagher. «I fratelli Gallagher hanno promesso di venire a Venezia a presentare il film», ha annunciato Barbera. Non è ancora una conferma definitiva, ma è sufficiente per collocare la première tra gli appuntamenti potenzialmente più affollati dell’edizione.
Venice Open celebra anche il piacere delle durate impossibili. Musk di Alex Gibney dura 232 minuti, la Biografía de Jorge Luis Borges di Mariano Llinás ne raggiunge 330, mentre Joie de vivre di Luca Guadagnino, dedicato al cinema di Bernardo Bertolucci, occupa sette ore. Barbera assicura: «Si rimane inchiodati allo schermo per sette ore».

Orizzonti apre con La ragazza con la Leica di Alina Marazzi. La selezione include Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta, La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, tratto dal libro di Nicola Lagioia, e I figli della scimmia di Tommaso Landucci, con Riccardo Scamarcio.
In Orizzonti Corti, Saoirse Ronan firma Paper Plane, un cortometraggio britannico-irlandese di 15 minuti. La sua presenza non è stata annunciata, ma il debutto registico introduce un ulteriore nome nel toto-Lido. Venice Spotlight propone invece otto film, inclusi Sumo: Spirit Weighs Nothing di Erik Shirai, Hombre al agua di Gael García Bernal, Serpenti di Roberto De Paolis e Ground Floor di Gábor Reisz.

Venice Classics presenta 19 restauri, tra cui Col cuore in gola di Tinto Brass, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, To Be or Not to Be di Ernst Lubitsch e Minnie and Moskowitz di John Cassavetes. Per Barbera, non è nostalgia: «Il cinema di domani può nutrirsi soltanto della linfa vitale dei film del passato».
Biennale College Cinema presenta quattro lungometraggi realizzati con un contributo di 200.000 euro ciascuno, affiancati dalla mentor Marion Cotillard. Venice Immersive riunisce 68 progetti, mentre i Leoni d’oro alla carriera saranno consegnati a George Clooney ed Ellen Burstyn. Il premio a Burstyn accompagnerà Flesh Impact di Maggie Gyllenhaal, dedicato a Marilyn Monroe nel centenario della nascita.
Venezia 83 appare come un festival più policentrico, in cui Hollywood conserva volti e fascino, ma non determina più da sola il centro del discorso. Lo spazio lasciato libero dalle major può diventare una possibilità per il cinema indipendente americano e per opere internazionali che accettano il rischio, il confronto e l’incertezza.
Il programma troverà il proprio significato definitivo nelle sale del Lido, sotto i fenicotteri notturni disegnati da Manuele Fior per il manifesto ufficiale. Dal 2 settembre, FRED Film Radio sarà a Venezia con interviste, approfondimenti, conferenze stampa e conversazioni con gli autori. Il resto, lo faranno i film.
Written by: Federica Scarpa
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Mostra del Cinema di VeneziaVenice Film Festival 2026 brings major returns, American indie cinema, radical works, restorations, new technologies and anticipated guests to the Lido.
La Mostra del Cinema di Venezia 2026 annuncia Ink di Danny Boyle come film d'apertura e Dio ride di Giovanni Veronesi come film di chiusura.
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