“Les Métamorphoses, au féminin”, intervista alla regista Maria Gimenez Cavallo
Intervista a Maria Gimenez Cavallo, regista di Les Metamorphoses, au feminin, presentato alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia 2026.
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"Dove le lacrime aspettano", intervista ai registi Caterina Bertini e Blu Diego Fasoli Elvira Del Guercio
Dove le lacrime aspettano, il cortometraggio di Caterina Bertini e Blue Diego Fasoli presentato alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra del Cinema di Venezia, parte da una constatazione tanto semplice quanto radicata: il pianto maschile è storicamente e culturalmente qualcosa di negato. Il film costruisce attorno a questa negazione un piccolo dramma familiare in cui è solo attraverso una mediazione femminile, la sorella Zoe, che il protagonista Ettore riesce finalmente a piangere. I due registi raccontano che questa dinamica non era scritta a tavolino: è nata sul set, insieme all’attrice Chiara che interpreta Zoe, e si è rivelata la soluzione più naturale. Come spiegano gli autori, l’attore che interpreta Ettore aveva bisogno di una presenza femminile che lo “invitasse” al pianto, e la stessa logica regge l’intera narrazione: la vulnerabilità femminile diventa il varco attraverso cui l’uomo può lasciar andare la propria. Non è un caso isolato, peraltro: anche la sorella più piccola gioca un ruolo di tramite, evocando la figura materna con una frase che apre a Ettore l’accesso a una parte di sé che non conosceva.
Il cortometraggio è attraversato da un’entità minacciosa e mai mostrata, uno “spirito bambino selvaggio” che si manifesta solo attraverso suoni e atmosfere, senza mai assumere una forma visibile. Bertini e Fasoli raccontano che in origine, in sceneggiatura, questa presenza doveva essere fisica e concreta: la storia affonda le radici in un fatto realmente accaduto nel Settecento francese, quello di un bambino abbandonato nel bosco dalla famiglia, episodio che diede peraltro avvio agli studi pedagogici confluiti poi nel metodo Montessori. Durante le riprese, però, i registi hanno scelto di virare verso una dimensione più metafisica, affidandosi al sonoro e alla sensazione piuttosto che all’immagine. Il risultato è un fuori campo che i due autori descrivono come una scelta maturata quasi in corsa: lasciando la minaccia invisibile, lo spettatore viene messo nella stessa posizione dei fratellini più piccoli, che ascoltano la leggenda raccontata dalla sorella maggiore senza mai vederne l’oggetto, ed è così libero di costruirsi un proprio immaginario attorno alla paura evocata.
Il film si muove in un territorio ambiguo tra horror e fantasy, una commistione che secondo i registi serve soprattutto a rendere lo stato emotivo dei personaggi, più che a inseguire un genere preciso. Bertini e Fasoli spiegano di essere partiti da materiale profondamente personale, il mondo dell’infanzia e il luogo delle riprese, legato alla famiglia di Caterina, per poi passare a un lavoro di ricerca e scrittura più strutturato. Le influenze cinematografiche, dicono, sono arrivate solo in una fase successiva, quando si è trattato di definire lo sguardo fotografico del film: qui il riferimento è il cinema indipendente americano, con la sua macchina a mano e i personaggi in perenne movimento. Premiato al Sundance. Curiosamente, i due registi ammettono di non aver mai pensato consapevolmente all’horror durante le riprese: è un’etichetta che il pubblico ha attribuito al film a posteriori, non una direzione voluta a monte.
A chiudere l’intervista è una riflessione più generale sul processo creativo della coppia di autori, che descrivono il proprio modo di lavorare come qualcosa che si costruisce più per istinto che per progetto: le cose, dicono, escono quasi per caso e solo dopo trovano una loro coerenza, funzionando per alcuni spettatori, magari non per altri, ma sempre in modo autentico. È una dichiarazione di poetica che restituisce bene il senso complessivo di Dove le lacrime aspettano: un cortometraggio che nasce da suggestioni personali e da una storia vera riletta in chiave di leggenda, e che trova la propria forza non in una struttura di genere rigidamente pianificata, ma nella libertà con cui affronta un tema universale – la difficoltà maschile di piangere – attraverso lo sguardo e la presenza delle figure femminili della storia.
Grandi pozze d’acqua bianca sono colpite dagli ultimi raggi del sole nella Caldara di Manziana. Il vento muove i capelli di tre bambini che giocano nel fango. Sono fratelli: Zoe, Ettore e Marta. Le loro risate riempiono il silenzio. Sono soli, ma abituati ad esserlo. Tornano a casa e la madre non c’è. Per uno stupido errore di Zoe rimangono chiusi fuori. Dovranno superare la notte… e affrontare il buio, i rumori e l’ignoto. Ma soprattutto dovranno far fronte alla propria immaginazione
Written by: Elvira Del Guercio
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