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“Il posto dell’anima”, intervista al regista Riccardo Milani
Riccardo Milani al Bif&st 2026 con "Il posto dell’anima": il regista riflette su cinema, pubblico e memoria sociale.
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"Il Vangelo di Giuda", intervista al regista Giulio Base Chiara Nicoletti
Dal 2 aprile al cinema con Filmclub Distribuzione c’è “Il Vangelo di Giuda”, il nuovo film di Giulio Base, regista, attore, sceneggiatore e direttore del Torino Film Festival. Un’opera controcorrente che racconta la storia di Giuda dalla sua nascita nel bordello dove la madre faceva la prostituta, alla sua vita da protettore e sfruttatore, fino all’incontro con Gesù e alla fatidica notte del tradimento. Un film in cui il protagonista non si vede mai e lo spettatore è Giuda, ne assume lo sguardo, ne abita la coscienza e in cui i dialoghi sono ridotti al minimo in favore di un flusso di coscienza.
Il punto di partenza del film è una riflessione personale di Giulio Base sull’imperfezione umana. In una società sempre più polarizzata, dove il nemico è sempre dall’altra parte — nello sport, nella politica, nelle scelte culturali — il regista ha scelto di guardare dentro se stesso prima di guardare fuori. “Nessuno, se si sa guardare veramente dentro, crede di essere riuscito, crede di essere completo”, dice. “Hai errori, hai sbagli, hai imperfezioni e compi dei tradimenti, se non altro verso te stesso.” Interrogarsi nel proprio frammento di Giuda, nel proprio frammento di errore, è per Base il primo passo verso un dialogo possibile, verso una pacificazione che la società sembra aver smarrito.
“Il Vangelo di Giuda” pone una domanda scomoda, messa in bocca allo stesso Giuda: “È possibile che un uomo conoscendosi davvero nutra rispetto per se stesso?”. Una frase che Giulio Base sente propria al 100%, e che sintetizza il cuore morale del film. Non si tratta di mortificarsi o autoinfliggersi colpa, ma di riconoscere la complessità di ciò che siamo: “Siamo macchine imperfette”, dice il regista. “Conoscendosi davvero non si può avere totale rispetto per se stessi”. È da questa consapevolezza dolorosa e necessaria che nasce, secondo Base, la possibilità di accettarsi e di capire gli altri.
La scelta formale più audace del film è quella di non mostrare mai Giuda sullo schermo. Lo spettatore vede quello che Giuda vedeva, pensa quello che Giuda pensava — quasi un casco virtuale che trasforma chi guarda nel protagonista per un’ora e mezza. “Il tentativo è quello di farci sentire Giuda”, spiega Giulio Base. “Cosa pensava e cosa vedeva e cosa penso e cosa vedo io se mi metto nei suoi panni.” Insieme alla quasi totale assenza di dialoghi, questa scelta nasce anche da una consapevolezza maturata negli anni alla direzione del Torino Film Festival: nel mare di film prodotti ogni anno, un’opera non mainstream ha bisogno di un’idea, di un’originalità, di una specificità che la faccia emergere.
Il film si sofferma anche su due figure spesso trascurate dalla narrazione evangelica. Giuseppe, il padre adottivo di Gesù, è quasi assente dai Vangeli, non si sa quando e come è morto. Giulio Base, che aveva già esplorato questo personaggio nel suo film “Bar Giuseppe”, sceglie di mostrarne la morte e il funerale: “Mi ha sempre affascinato il personaggio silente e silenzioso”, dice. E Gesù, raccontato attraverso gli occhi di Giuda, emerge come figura di straordinario carisma: “Qualcuno che con due o tre parole riesce a conquistare dodici uomini e farsi seguire fino quasi alla morte”, osserva Base, “vuol dire che una leadership ce l’aveva, che tu creda o no che fosse il Cristo”.
Sua madre faceva la prostituta e una chiromante le predisse che avrebbe partorito un diavolo; la donna rimane incinta di un cliente sconosciuto ma muore dando alla luce un bimbo a cui le altre ragazze del bordello danno nome: Giuda. Giuda è ancora un bambino quando uccide l’uomo tenutario del postribolo che tenta di violentarlo. Il ragazzo diventa poi grande presto, il dolore lo indurisce e lo trasforma nel protettore del luogo dove è nato e cresciuto: si arricchisce vendendo donne. Quando un giovane chiamato Gesù salva Maria Maddalena (sua sorella ma anche una delle sue ‘protette’) dalla lapidazione, Giuda ne rimane rapito, lascia tutto e prende a seguire quel ‘guaritore’. Giuda il peccatore, Giuda lo sfruttatore, Giuda il ruffiano, è l’ultimo fra gli apostoli a essere chiamato. Seguono gli anni della predicazione e del vagabondaggio di Gesù e dei suoi discepoli, gli anni di un’ininterrotta convivenza, dei successi, delle sconfitte, dei trionfi, della paura. Giunge la fatidica ultima cena e i fatti della passione che conosciamo… ma il vangelo secondo Giuda è diverso. È una lunga confessione straziante. Lui si sente uno strumento fondamentale perché si adempia la Scrittura, ma deve trasformarsi in uno dei peggiori malvagi di sempre, seppur sia fra i più generosi: infatti dona la sua vita. Tradisce Gesù condannando sé stesso alla dannazione purché si compia ciò ch’è scritto. Di tutti gli apostoli Giuda è l’unico a morire con Gesù. Lui che ha vissuto vendendo donne, muore vendendo un uomo.
Written by: Chiara Nicoletti
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