Dalla 79ª edizione del Locarno Film Festival 2026, dove ha presentato in Concorso Ketticè, la sua opera seconda dopo Diciannove (Orizzonti, Venezia 2024), Giovanni Tortorici svela la genesi di un racconto corale ambientato nella Palermo del 2012. Con Monica Bellucci e Tommaso Cristiano Wirz nei panni dei genitori di Giulio, il film arriva nelle sale italiane dal 3 settembre con PiperFilm.
Dall’isolamento alla socialità: il rapporto con le istituzioni
Dopo la solitudine e i silenzi del diciannovenne fuorisede protagonista del suo primo film, Tortorici sceglie di esplorare l’adolescenza piena: “I 16 anni mi davano la possibilità di esplorare l’adolescenza nella sua effervescenza, nella sua socialità e soprattutto nel suo rapporto con le diverse istituzioni che vogliono controllarla, monitorarla e insomma addomesticarla”. Il racconto si fa corale proprio per restituire questa dimensione collettiva: “Adesso in questo film si vede cosa possono essere i rapporti sociali a quell’età, l’influenza della socialità adolescenziale che è molto violenta e comporta un conformismo estremo”.
Palermo, 2012: un’adolescenza che non cambia
Ambientare la storia nel 2012, l’anno in cui il regista aveva sedici anni, gli ha permesso una precisione quasi documentaria: durante il casting, racconta, “uscivano fuori le stesse frasi spiccicate, identiche che sentivo io quando appunto avevo quell’età”. Cambiano i dettagli esteriori, l’abbigliamento, la musica, la trap che allora non esisteva, ma non la mentalità. A fare da sfondo c’è anche l’ultima grande ondata di berlusconismo: “La mediaticità berlusconiana era prorompente e non che oggi sia cambiato così tanto, però insomma mi dava questo spunto secondo me molto importante che ancora oggi ha effetti molto pervasivi”.
Giulio e la spinta verso la libertà
Dietro l’apparente torpore di Giulio, per Tortorici, non c’è soltanto l’effetto delle canne, ma un bisogno più profondo: “Il personaggio ha una forte spinta verso un’evasione da un mondo adulto molto invasivo e che vuole controllare. Penso sia una cosa universale dell’adolescenza, un po’ di tutti i tempi”. Un’evasione che passa soprattutto dall’amicizia con Ketty: “Ha una spinta molto forte verso una sorta di libertà che si vuole creare e che cerca di crearsi con la sua amichetta”.
Il mondo adulto che vuole addomesticare
Anche i genitori di Giulio, interpretati da Monica Bellucci e Tommaso Cristiano Wirz, sembrano scollati dalla realtà quanto i ragazzi. Per Tortorici è un tratto del mondo adulto in generale: “Tende a voler imbrigliare un po’ il giovane, l’adolescente che deve essere preparato al mondo del lavoro, al mondo del guadagno, al mondo capitalista, al mondo dell’interesse, e quindi cerca un po’ di imbrigliarlo e controllarlo”. Uno scontro, aggiunge, in cui anche la scuola gioca un ruolo attivo come istituzione che “vuole rendere conformista un po’ l’individuo”.
Ketty: tutto ciò che Giulio ha represso
Al centro del film, insieme a Giulio, c’è Ketty, la ragazza che dà il titolo al film. Per il regista rappresenta l’altra faccia del protagonista: “Penso che rappresenti e simbolizzi tutto quello che Giulio ha represso. Il fatto di diventare in maniera così stretta suo amico gli permette di sublimare tutte queste pulsioni molto forti che però sono represse”. Una libertà che nasce anche da un’estrazione sociale diversa da quella di Giulio, cresciuto in una famiglia “in cui l’educazione è fondamentale” e che cerca di “istruirlo nelle buone maniere”.
Autobiografismo e la lezione di Leopardi
Come già in Diciannove, anche Ketticè parte da uno spunto autobiografico, soprattutto nella parte dedicata all’amicizia tra i ragazzi. Un’inclinazione che Tortorici fa risalire alla sua formazione: “Sono cresciuto un po’ con la fissazione di Giacomo Leopardi, che in tutta la sua opera è totalmente autobiografico. Lui proprio lo teorizzava: l’autore quando parla di se stesso in qualche modo si eleva dalla mediocrità”.
La lezione di Bresson sul set
A raccontarlo come un regista dalle idee chiarissime, capace però di restare aperto ai suggerimenti, sono stati gli stessi attori, dai non professionisti a Monica Bellucci. Per Tortorici è una questione di metodo: “Penso che la lezione di Bresson di lasciare sempre una porta aperta alla realtà sia decisiva. Nel momento in cui vedo queste espressioni di sincerità e di realtà negli attori, perché dovrei frenarli se sono coerenti con la storia?”. Un approccio che si riflette anche nella messa in scena: “Solitamente decido le inquadrature sul momento, vedendo la luce, la situazione, la faccia degli attori, le prove delle scene sul set”.
Plot
Palermo, 2012. Giulio ha sedici anni e la sua vita si divide tra scuola, motorini, i primi amori, Facebook e le serate con gli amici. Con i genitori la comunicazione è quasi inesistente: sembra che parlino due lingue completamente diverse. Tutto cambia quando incontra Ketty, una ragazza imprevedibile che vive senza condizionamenti. Insieme a lei, Giulio si ritrova a vivere un intero anno scolastico intenso e fuori dal tempo. Intorno a loro, il mondo degli adulti continua a parlare, ma sembra aver perso del tutto la capacità di ascoltare davvero. È tra i coetanei che Giulio cerca il proprio posto, e in particolare nel legame esclusivo con Ketty, che diventa un rifugio sicuro, lontano dagli sguardi e dai giudizi dei grandi. “Ketticè” restituisce un ritratto intimo e senza filtri degli adolescenti, raccontando la complessa ricerca della propria identità e quel momento della vita in cui le amicizie diventano il primo spazio reale in cui imparare a definirsi.