Diretto da Riccardo Giacconi e presentato alle Giornate degli Autori durante la Mostra del cinema di Venezia 2026, il documentario Memoria del Lampo si presenta come un prodotto non convenzionale nel modo in cui affronta un trauma collettivo. La sceneggiatrice e protagonista Sibilla Scinti Roger racconta come la sua esperienza di collaborazione con Radio 3, fatta di interviste e registrazioni sonore in luoghi specifici, abbia ispirato la struttura del film: un documentario radiofonico incorporato nella narrazione stessa. Attraverso questo dispositivo, le storie emergono tramite le interviste, mentre i paesaggi sonori del film assumono un valore quasi metaforico, come se i luoghi conservassero una sorta di “radiazione fossile” del passato, una presenza che continua a persistere nel tempo.
Il doppio ruolo di Sibilla: sceneggiatrice e interprete
Un aspetto particolarmente interessante del film è la doppia funzione di Sibilla Scinti Roger, sia protagonista che co-sceneggiatrice. Lei stessa racconta come i due ruoli non siano mai entrati in conflitto, ma si siano incontrati in maniera naturale e spontanea: la preparazione al ruolo è iniziata ancora prima che la sceneggiatura fosse completa, permettendo a scrittura e interpretazione di alimentarsi a vicenda. Non esisteva un copione rigido da seguire, ma piuttosto un continuo scambio tra i due processi, coerente con la natura del film: un incontro tra fatti reali, documentario e creazione narrativa.
Documentario o finzione? Un confine volutamente sfumato
Il regista sottolinea come la domanda più frequente riguardo al film sia proprio questa: si tratta di un documentario o di un’opera di finzione? La risposta non è semplice, perché la costruzione narrativa – il “commentario telefonico” con Sibilla come presenza che interagisce con le altre persone – convive con interviste reali, prive di copione, in cui le persone rispondono attraverso i propri ricordi. Un dettaglio tecnico che diventa scelta concettuale: è Sibilla stessa a occuparsi della presa sonora durante le riprese, senza un tecnico del suono esterno, facendo sì che l’audio del film coincida esattamente con quello vissuto sul set.
Una riflessione sulla forma documentaria contemporanea
Il film si inserisce in un discorso più ampio sulla decostruzione del canone documentario. Alla base c’è un lavoro sulla separazione tra immagine e suono: il montaggio avviene, in un certo senso, “davanti agli occhi” dello spettatore, che vede immagini e suoni abbinarsi o disabbinarsi in tempo reale. Questa scelta metteva in discussione l’idea stessa di documentario come registrazione fedele di una presenza, così come la memoria delle persone intervistate, un elemento che, più che destrutturare il documentario, ne amplia la riflessione su come la mente umana documenti ciò che ha vissuto.
Memoria del Lampo emerge così come un’opera che sfida le convenzioni della forma documentaria, intrecciando memoria, suono e narrazione in un equilibrio delicato tra realtà e costruzione, confermando la vocazione sperimentale che caratterizza molte delle proposte presentate nelle Giornate degli Autori a Venezia.
Plot
Sibilla, una giornalista radiofonica, si reca in un piccolo paese dell’Italia centrale per realizzare un documentario sonoro. Lì, nel 1982, una ragazza fu uccisa in un atto di violenza apparentemente inspiegabile. Attraverso voci e suoni, Sibilla evoca i fantasmi di un evento passato, registrando le ultime risonanze della sua memoria.