L’8 settembre, all’Italian Pavilion dell’Hotel Excelsior, il Premio Film Impresa ha consegnato il suo Special Award 2026 a Stéphane Brizé, autore di Un bon petit soldat, presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026.
Alla cerimonia erano presenti anche gli attori protagonisti del film, Alba Rohrwacher e Vincent Lindon: la pellicola, che sarà distribuita in Italia da I Wonder Pictures, racconta la storia di Carla, dirigente d’azienda da poco nominata responsabile delle Risorse Umane, chiamata a conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di rendimento imposti dal suo superiore, fino a scoprire un caso di gestione aziendale tossica che la costringe ad affrontare una serie di compromessi. Mario Sesti, direttore artistico del Premio Film Impresa, racconta le ragioni di questo riconoscimento e i prossimi passi del progetto, che dal 2027 si presenterà con un nuovo regolamento.
Un romanziere del mondo delle imprese, tra ambizione e affetti
Per Sesti, Brizé non è soltanto un maestro del cinema del lavoro: “è un maestro, o comunque un grande romanziere di quello che accade all’interno di questo universo che sono le imprese”, spiega, un universo fatto di rapporti di potere, ambizioni personali e destini affettivi che si intrecciano inevitabilmente. Un nodo che riguarda soprattutto le donne: “conciliare entrambi, soprattutto per la soggettività femminile, è una bella avventura, un bel problema, è il problema dei problemi”. Il risultato, secondo Sesti, è un film che evita ogni schematismo: “non mi ricordo un film contemporaneo che tratti tutto questo con la stessa onestà”.
Nessun villain, solo fragilità aziendali
Nel film è difficile schierarsi con la dirigenza o con la responsabile delle risorse umane, ed è una scelta consapevole: lo stesso Brizé, ricorda Sesti, si è messo anche nei panni del personaggio interpretato da Lindon, il presidente della società. “La vita di un’azienda è fatta anche di estrema fragilità, di scelte in cui magari metti la persona al posto sbagliato e il fatturato precipita, o in un momento di grande competizione e concorrenza”, osserva Sesti.
La responsabilità sociale al centro, per Film Impresa
Sesti propone anche una lettura più legata alla missione del Premio Film Impresa: “non c’è un’impresa oggi che non abbia la testa sulle spalle e non sappia che deve fare i conti con il territorio, l’ambiente, la comunità e la responsabilità sociale”, dice, aggiungendo che un’azienda vera può fare molto in termini di innovazione, produzione e ricchezza, diventando un punto di riferimento per chi vi trascorre buona parte della vita. Il film di Brizé, per Sesti, mette in scena proprio due modelli d’impresa, uno più antico e uno più moderno, con il personaggio di Alba Rohrwacher a incarnare l’idea di chi, dentro l’azienda, è responsabile socialmente dei rapporti umani: “come ha detto oggi Brizé, le aziende devono capire che avere persone in buona salute mentale e fisica è importante tanto quanto il profitto”, riporta Sesti.
Verso la nuova edizione, con un giorno in più
Lo Special Award veneziano è stata anche l’occasione per lanciare la nuova edizione del Premio e il nuovo regolamento. “il Premio Film Impresa è cresciuto al di là delle nostre previsioni più rosee”, racconta Sesti: il Cinema Quattro Fontane è stato pieno per tre giorni, e la prossima edizione durerà un giorno in più, dal 2 al 5, con un pubblico misto di addetti ai lavori e giovani appassionati di cinema. Le domande di iscrizione dei cortometraggi sono aumentate in maniera geometrica: il bando, disponibile sul sito del Premio, è aperto a corti entro i 20 minuti in tre categorie, narrativa, documentaria e Image and Sound. Tra i riconoscimenti già assegnati, anche quello a Giuseppe Tornatore per un’opera realizzata per Esselunga e destinata ai dipendenti. “le aziende oggi si raccontano non solo per ragioni commerciali, ma per capire chi sono”, conclude Sesti.
Perché si chiama Premio Film Impresa
Sul nome scelto per il riconoscimento, Sesti spiega di aver lavorato perché contenesse due parole precise: “ho lavorato molto perché nella definizione ci fosse la parola premio, per dare dignità culturale a una cosa che prima non l’aveva, e la parola film, perché nella parola film c’è questa ricchezza del contenuto e la totalità narrativa di tutto ciò che si può fare”.