Un’ode alla coraggiosa scoperta di sé, “DOM” si distingue come uno dei titoli più toccanti presentati alla sezione Giornate degli Autori alla 80ª Mostra del Cinema di Venezia. Questo suggestivo documentario, diretto da Massimiliano Battistella, si concentra sulla vita di Mirela Hodo, nata in Bosnia e oggi residente in Italia, e mette in luce un viaggio di introspezione, memoria e reinvenzione.
Un racconto di vita tra Bosnia e Italia
Il film “DOM” si propone di narrare la complessità di una vita divisa tra due culture e due paesi. Attraverso un approccio emotivo e molto personale, Battistella ha deciso di intraprendere un percorso che evita barriere politiche e ideologiche, concentrandosi invece sulle storie umane di chi ha subito le conseguenze della guerra e delle migrazioni. La protagonista, Mirela Hodo, racconta di come la terra stessa le abbia donato stabilità e sicurezza, emergendo come una figura che si sente nata e rinata dal suolo che l’ha accolta.
La storia di Mirela: tra rinascita e memoria tattile
Un elemento di grande forza narrativa del film è l’utilizzo del senso del tatto come strumento di memoria. Le fotografie sfogliate, i luoghi visitati, le mani che toccano e quella terra che la protagonista associa alla sua nascita sono tutti tasselli emozionali che rendono il racconto coinvolgente e autentico. Mirela descrive la terra come un’entità viva, capace di proteggere e rinascere, un’immagine potente che si riflette nel suo modo di vivere e ricordare.
L’approccio emotivo e collaborativo nella realizzazione
La regia di Battistella ha privilegiato un metodo destrutturato, lontano da pregiudizi o approcci politici rigidi. L’obiettivo principale è stato quello di creare un rapporto autentico con la protagonista, facilitato anche dall’intervento di uno psicodrammatista presente sul set. Questa figura ha aiutato a mantenere l’equilibrio emotivo durante le riprese, permettendo alle emozioni di fluire libere e naturali. La collaborazione di un’équipe di professionisti, tra cui una coautrice psicodrammaturga e un team di montaggio attento, ha contribuito a plasmare un film capace di immergere lo spettatore in un flusso di memorie sensoriali e pathos.
La forza del racconto e il messaggio di speranza
“DOM” si configura come un’opera che, attraverso le storie di vita di Mirela e degli altri personaggi coinvolti, comunica un messaggio di speranza e rinascita. La protagonista, riconoscendo di essere nata dalla terra piuttosto che da un utero, invita a riflettere sulla capacità di trovare conforto e identità anche nei luoghi più impervi. Il film non solo celebra la forza interiore di chi ha affrontato sofferenze indicibili, ma sottolinea anche l’importanza del rispetto e della delicatezza nel raccontare le storie altrui.
L’esperienza del grande schermo
Portare questa storia sul grande schermo è stata un’esperienza di profonda condivisione e crescita per tutti i soggetti coinvolti. La sensibilità dimostrata dal regista nel trattare temi così delicati ha lasciato un segno indelebile. La presenza di un team umano, empatico e rispettoso, ha permesso di creare un film che non è solo un documento storico, ma un vero e proprio cammino di comprensione, empatia e umanità.
In conclusione, “DOM” si afferma come un’opera cinematografica capace di toccare le corde più intime di chi la guarda. Un racconto che invita alla riflessione sulla memoria, sulla forza dell’identità e sulla capacità di rinascere dalle proprie radici, anche quando sembrano spezzate. Un film che, pur nella sua delicatezza, si impone come un importante contributo alla narrazione delle storie di resilienza tra Bosnia e Italia.
Plot
Mirela, quarantenne bosniaca, vive a Rimini con il compagno e i due figli. Spinta da un passato irrisolto, torna a Sarajevo, dove ha vissuto fino all’età di dieci anni all’orfanotrofio Dom Bjelave. Evacuata su un convoglio umanitario allo scoppio della guerra, ritrova ora gli amici d’infanzia: Amela, la sua migliore amica, Branko, una figura quasi fraterna, e altri ancora. Insieme riscoprono la città e l’istituto, ora ricostruito, che un tempo l’ha accolta. Inizialmente riluttante e incerta nel sentimento verso il ricordo della madre, Mirela avverte un senso di perdita indefinito ma potente. Il suo viaggio si trasforma in una ricerca della madre, e di se stessa, che la conduce al villaggio dove è nata, nella Republika Srpska, per recuperare il suo certificato di nascita. Una strada tutta in salita, di coraggio e riconquista, per rispondere a un falso quesito: chi legittima il mio stare al mondo, quando io per prima «mi sento come un fiore, come venuta dalla terra»? Attraverso filmati d’archivio della Sarajevo assediata e ricordi intimi, il film intreccia la memoria personale con la storia di un intero popolo.