“Nessun Dolore”, intervista agli attori Alessandro Borghi e Valeria Golino
All'83ª Mostra di Venezia 2026, Valeria Golino e Alessandro Borghi raccontano gli sguardi e le contraddizioni di Nessun dolore
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"Serpenti", intervista agli attori Alessandro Borghi e Pietro Castellitto Chiara Nicoletti
Alessandro Borghi e Pietro Castellitto sono due dei protagonisti di Serpenti, il film di Roberto De Paolis Maino presentato nella sezione Spotlight all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, al fianco di Leonardo Lidi nei panni di Paolo Marra, l’uomo che dopo aver ucciso la moglie senza un perché tenta invano di costituirsi. I due attori raccontano il percorso travagliato del titolo, le allegorie che il protagonista incontra lungo la sua odissea burocratica e il modo in cui si è costruito, sul set, il ritmo del film.
Interrogato sul titolo del film, dopo che in fase di lavorazione era circolata anche l’ipotesi Kamikaze, Borghi non ha dubbi: “A me Serpenti piace, devo dire la verità”. L’attore ricorda anche un’altra proposta, poi scartata: “A un certo punto ce n’era stato un altro che era Macerie, che mi piaceva, però hanno detto che non era giusto perché il periodo è un po’ disgraziato, allora hanno preferito usare Serpenti”.
Roberto De Paolis Maino nelle note di regia, spiega che i personaggi che l’assassino incontra nel tentativo di costituirsi sono in realtà proiezioni della sua stessa anima. Per Castellitto la risposta, rivedendo il film, è affermativa: “Il protagonista, come un serpente, prova a cambiare pelle durante il film. Prova ad avere un riscatto morale e va a costituirsi, ed è come se incontrasse le tre allegorie della sua coscienza, che sono quelle che poi magari lo hanno portato a compiere il gesto brutale: da una parte il non ascolto, interpretato magnificamente da Borghi, e poi la noncuranza morale dell’avvocato e la follia della cartomante”. Borghi descrive il lavoro fatto sul proprio personaggio, il terzo agente (chiamato così perché è, letteralmente, il terzo agente che il protagonista incontra): “Ho provato a radicarmi nella realtà più reale che potessi costruire. Abbiamo cercato di fare un personaggio che non avesse nessun tipo di volontà comica […] ma che poi ci ha fatto molto ridere, perché a volte diventa ottuso il modo in cui non riusciamo ad ascoltare gli altri, soprattutto quando dobbiamo attenerci a un percorso burocratico istituzionale che a volte non va incontro alla persona che abbiamo davanti”. Il suo obiettivo, spiega, era lasciare lo spettatore in bilico: “La cosa che mi interessava era portare il pubblico a non essere mai davvero sicuro se questo aveva ragione o se era completamente matto, perché nella follia della burocrazia succede anche quella cosa lì”.
Borghi racconta che le scene si giravano quasi per intero, blocco dopo blocco, il che rendeva naturale l’improvvisazione: “Noi giravamo praticamente tutto il blocco, come se fosse una piastrella, dall’inizio alla fine, ed era molto semplice improvvisare. Quando entravi in quel gioco era divertente: ti scordavi di dover pensare al personaggio e cominciavi a fare quello che richiedeva la scena, e ogni volta succedeva qualcosa di nuovo”. Il lavoro sui tempi, aggiunge, si è poi definito al montaggio: “È il mix tra l’irrazionalità di quelle riprese e la razionalità del montaggio e del pensiero di Roberto, che fanno in modo che tutte quante le cose tornino nella maniera più giusta”. Per Castellitto, il cui personaggio è descritto come incalzante, quasi oppressivo, la questione era anche tecnica: “A un certo punto il personaggio doveva avere un ritmo che mi consentisse di tenere ciak da dodici minuti, e quella frenesia mi permetteva anche di improvvisare in maniera naturale”. Un ritmo che si confà al personaggio stesso: “Chiunque voglia vincere a tutti i costi, a un certo punto, fa ridere perché diventa patetico”.
Chi è Paolo Marra? Nessuno, neanche lui stesso, avrebbe mai immaginato che potesse diventare il protagonista di una storia. Paolo Marra è un uomo comune. Eppure, tre giorni fa, ha ucciso sua moglie. E non sa perché. Forse, convinto che la donna fosse la causa della sua infelicità, ha creduto che quel gesto avrebbe posto fine allo strazio di un’esistenza miserabile, restituendogli la libertà e la leggerezza che tanto desiderava. Come troppi uomini, l'ha ritenuta colpevole, in un modo o nell'altro, di avergli rovinato la vita. Ma il sollievo tanto atteso non arriva. Al suo posto, si abbatte su di lui un senso di colpa lancinante. La nostra storia inizia proprio qui, tre giorni dopo il delitto, con Paolo Marra sempre più malconcio e malinconico. Il quale capisce, finalmente, di avere sbagliato tutto: uccidere sua moglie non ha sistemato le cose, le sta irrimediabilmente peggiorando. Anche lui si sente morto, da tempo ormai, e ora che è solo come un cane, ancora più morto di prima. Decide allora di compiere qualcosa di eroico: costituirsi. Affrontare sé stesso, scontare la pena e, forse, risorgere dopo aver toccato il fondo. Si presenta in commissariato ben vestito, con l'aria di chi sta vivendo il momento decisivo della propria esistenza. Ma nessuno gli dà retta. Ha ucciso la moglie, lo grida al mondo, eppure tutti lo trattano come un bambino che ha rubato la marmellata. Comincia così la sua personale, allucinata Odissea: parcheggiato di stanza in stanza, si imbatte in personaggi a cui dellasua colpa non importa nulla. Un agente distratto dall'emicrania, un avvocato deciso a farlo passare per innocente a ogni costo, una pseudo-cartomante che lo convince che l'unico modo per ottenere l'attenzione, e l’agognata punizione che cerca, sia uscire di lì e fare fuori qualcun altro. Paolo Marra vorrebbe solo pagare per ciò che ha fatto, ridare dignità alla propria vita e alla donna che ha ucciso. Ma le sue proteste, sempre più incredule, si infrangono contro la miopia, il formalismo e l'egocentrismo dei suoi compagni di viaggio. Nessuno gli dà importanza: chi è troppo preso da sé stesso, chi proprio non gli crede, e chi tutto sommato non reputa che quello che ha fatto sia così grave. Questa è la storia di un uomo che ha ucciso sua moglie e cerca disperatamente di essere preso sul serio. Una vicenda kafkiana e grottesca, eppure drammaticamente credibile. È la storia del nostro Paese, che per anni ha ignorato chi voleva denunciare, contrapporsi, o redimersi dalla violenza.
Written by: Chiara Nicoletti
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SerpentiFestival
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