“La città dei vivi”, intervista al protagonista Emanuele Maria Di Stefano
"Ho cercato di trasmettere l’importanza di vivere e di rispettare le emozioni profonde come l’amore, che nel film, quando perduto, diventa dolore"
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"Serpenti", intervista al regista Roberto De Paolis Maino e agli sceneggiatori Fabio e Damiano D'Innocenzo Chiara Nicoletti
Presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026 nella sezione Spotlight, il film Serpenti di Roberto De Paolis Maino segue Paolo Marra, che ha ucciso la propria moglie senza un perché e, divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e cavilli burocratici, nessuno però lo prende sul serio: l’uomo scopre di essere vittima di un paradosso kafkiano, incapace di farsi arrestare per quanto lo desideri.
Il regista Roberto De Paolis Maino e gli sceneggiatori Fabio e Damiano D’Innocenzo raccontano la genesi di questo ritratto di una società grottesca che ignora chi cerca la propria redenzione.
Interrogato su cosa renda credibile una vicenda che sulla carta potrebbe sembrare assurda, Roberto De Paolis Maino rivendica la matrice realistica del film: “Il mondo è diventato talmente grottesco che io questo lo considero un film del reale, forse più di certi film che dicono di essere film del reale”. Anche le situazioni più estreme, spiega il regista, restituiscono per lui la quotidianità: “Questo è un film che benché si inerpichi su cose molto folli, grottesche, paradossali, assurde, in realtà è quello che vediamo quando ci svegliamo la mattina, usciamo e il mondo è grottesco, quindi per me è un film del reale”.
La genesi della sceneggiatura di Serpenti, raccontano Fabio e Damiano D’Innocenzo, nasce da un paradosso quotidiano: “Nasce dalla frustrazione quotidiana di questo paradosso del fatto che la giustizia venga in qualche modo affidata a delle persone, la valutazione di cosa è giusto e cosa è sbagliato”. Una fragilità, spiegano, che riguarda la natura umana stessa: “Noi in quanto persone siamo tante cose contraddittorie e le nostre ferite brillano alla luce del sole, e quindi stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato è sempre un atto di profonda fede e spesso disillusa”.
Nel suo percorso verso la costituzione, il protagonista incontra una serie di personaggi che sembrano funzionare come proiezioni della sua stessa anima. Per Fabio e Damiano D’Innocenzo la scrittura di queste figure nasce dall’incontro tra mondi diversi, accomunati però dall’aver conosciuto la realtà: “Apparteniamo a dei mondi diversi che però hanno conosciuto la realtà”. Gli sceneggiatori rivendicano con convinzione il ritratto, per quanto estremo, di meccanismi umani condivisi: “L’onore che ci abbiamo messo nel tratteggiare dei personaggi che chiaramente per estremi assomigliano tanto ai meccanismi umani che tutti attraversiamo, lo rivendico, lo rivendico. Mi sento partecipe del destino di questi personaggi”.
Alla domanda su come nasca l’ambivalenza dello spettatore, che nella prima parte del film prova empatia per il protagonista salvo poi allontanarsene quando la sua rabbia cresce, Roberto De Paolis Maino racconta cosa lo aveva colpito fin dalla prima lettura della sceneggiatura: “C’è questo percorso dalla colpa che si scivola nella frustrazione, dalla frustrazione alla rabbia, dalla rabbia alla liberazione. È un uomo che piano piano cambia e si libera di questa colpa perché nessuno gli dà retta, allora poi si trasforma in qualcos’altro molto interessante”.
Chi è Paolo Marra? Nessuno, neanche lui stesso, avrebbe mai immaginato che potesse diventare il
protagonista di una storia. Paolo Marra è un uomo comune. Eppure, tre giorni fa, ha ucciso sua moglie.
E non sa perché. Forse, convinto che la donna fosse la causa della sua infelicità, ha creduto che quel
gesto avrebbe posto fine allo strazio di un’esistenza miserabile, restituendogli la libertà e la leggerezza
che tanto desiderava. Come troppi uomini, l'ha ritenuta colpevole, in un modo o nell'altro, di avergli
rovinato la vita. Ma il sollievo tanto atteso non arriva. Al suo posto, si abbatte su di lui un senso di colpa lancinante. La nostra storia inizia proprio qui, tre giorni dopo il delitto, con Paolo Marra sempre più malconcio e malinconico. Il quale capisce, finalmente, di avere sbagliato tutto: uccidere sua moglie non ha sistemato le cose, le sta irrimediabilmente peggiorando. Anche lui si sente morto, da tempo ormai, e ora che è solo come un cane, ancora più morto di prima. Decide allora di compiere qualcosa di eroico: costituirsi. Affrontare sé stesso, scontare la pena e, forse, risorgere dopo aver toccato il fondo. Si presenta in commissariato ben vestito, con l'aria di chi sta vivendo il momento decisivo della propria esistenza. Ma nessuno gli dà retta. Ha ucciso la moglie, lo grida al mondo, eppure tutti lo trattano come un bambino che ha rubato la marmellata. Comincia così la sua personale, allucinata Odissea: parcheggiato di stanza in stanza, si imbatte in personaggi a cui della sua colpa non importa nulla. Un agente distratto dall'emicrania, un avvocato deciso a farlo passare per innocente a ogni costo, una pseudo-cartomante che lo convince che l'unico modo per ottenere l'attenzione, e l’agognata punizione che cerca, sia uscire di lì e fare fuori qualcun altro. Paolo Marra vorrebbe solo pagare per ciò che ha fatto, ridare dignità alla propria vita e alla donna che ha ucciso. Ma le sue proteste, sempre più incredule, si infrangono contro la miopia, il formalismo e l'egocentrismo dei suoi compagni di viaggio. Nessuno gli dà importanza: chi è troppo preso da sé stesso, chi proprio non gli crede, e chi tutto sommato non reputa che quello che ha fatto sia così grave.
Written by: Chiara Nicoletti
Film
SerpentiFestival
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