Realizzare Carla Lonzi, dentro e fuori dal mondo, presentato alle Giornate degli Autori (Eventi Speciali) durante Mostra del Cinema di Venezia 2026, ha significato per Francesca Archibugi un lavoro di immersione totale nella vita di Carla Lonzi: dai diari d’infanzia alle lettere scambiate con amiche, amici e fratelli, fino ai testi teorici più noti. Da questo corpus è nata un’idea di persona più intima e complessa di quella tramandata dai soli scritti ufficiali. Una scelta narrativa centrale del film è dare voce direttamente a Lonzi, attraverso le sue registrazioni originali: non un racconto su di lei, ma un tentativo di farla parlare di nuovo, oggi, con parole sue.
La sessualità come inganno da smontare
Al centro della riflessione di Lonzi c’è il rapporto fra uomo e donna, letto come una messa in scena della sessualità costruita a beneficio dell’uomo, un’intuizione che l’ha portata anche a posizioni originali sul tema dell’aborto. La regista sottolinea come questo pensiero, pur radicale, sia stato espresso con grande pacatezza, e come non sia affatto separabile dalle riflessioni odierne sul femminicidio: la violenza di genere non nasce all’improvviso, ma da una precisa aberrazione strutturale nel rapporto fra i sessi. Individuare quelle “zone d’ombra” nella relazione uomo-donna, secondo la regista, ha ancora oggi una portata che va ben oltre lo studio storico del femminismo.
Un film per le giovani, non solo per le militanti
Il documentario segue un arco narrativo che parte dall’infanzia di Lonzi, attraversa un’adolescenza travagliata e arriva alla pratica femminista concreta. Proprio questa struttura lo rende, nelle intenzioni della regista, un film pensato anche per adolescenti che si stanno avvicinando al femminismo per la prima volta, non solo per chi già milita. C’è un’insistenza precisa su questo punto: il femminismo viene spesso associato ad aggressività e rabbia, mentre una figura radicale come Lonzi dimostra che la riflessione può arrivare più lontano della sola rivendicazione. L’auspicio dichiarato è che certi pensieri femministi entrino nella vita quotidiana senza dover sempre essere etichettati come tali e che il film possa circolare anche in contesti educativi e scolastici.
Lo sguardo che giudica, non solo i numeri
L’ultima riflessione riguarda la presentazione del film in un festival dove, tra i lungometraggi in concorso, figura una sola opera diretta da una donna, a fronte di una quattordicina di titoli firmati da donne nelle sezioni collaterali. La regista distingue due problemi distinti, spesso confusi tra loro. Il primo è sistemico: le donne registe sono numericamente poche, ammesse in numero ridotto alle scuole di cinema, e la loro scarsa presenza nei concorsi ne è, in parte, un riflesso proporzionale. Il secondo problema, più trascurato, riguarda invece i criteri stessi del giudizio estetico: chi decide cosa è “bello” e con quali parametri? La regista richiama qui l’osservazione di una presidente di giuria sul carattere maschile dello sguardo che storicamente definisce il canone estetico occidentale: un’eredità che risale, sostiene provocatoriamente, fino ai fondamenti filosofici kantiani del giudizio del gusto. Rivendicazione numerica e critica dello sguardo, conclude, sono due battaglie diverse che non vanno appiattite l’una sull’altra.
Plot
Accanto alla figura pubblica di Carla Lonzi, considerata così intransigente, c’è da raccontare anche la figura privata, affascinante e contraddittoria. La dolcezza e la fragilità esistenziale, la dipendenza dal compagno, cioè dall’uomo, il suo legame complesso con la maternità, il doloroso rapporto con le altre donne, nello sbudellamento collettivo che è stata la pratica dell’autocoscienza. Attraverso archivi preziosi e inediti, la regista Francesca Archibugi, che aveva un forte legame personale con Lonzi, porta per la prima volta sullo schermo la sua storia pubblica e privata, il suo pensiero e la sua eredità, fondamentali per capire ciò che le donne di tutto il mondo stanno, ancora oggi, vivendo e combattendo.