Martedì 30 giugno al Teatro Miela di Trieste, Andrea De Sica riceve il Premio Cinema del Presente alla 27ª edizione dello ShorTS International Film Festival. Regista di “Baby”, “Non mi uccidere“ e “Gli occhi degli altri“, nipote di Vittorio De Sica e figlio del musicista Manuel De Sica, Andrea De Sica porta avanti una visione cinematografica personale e riconoscibile, fatta di contaminazioni di genere e atmosfere noir. Ad arricchire questa edizione del festival anche la sua veste di produttore creativo del documentario “Vittorio De Sica, la vita in scena“ di Francesco Zippel, uscito pochi giorni fa.
La regia era nel destino, ma non per scontato
Il direttore artistico Maurizio Di Rienzo ha scritto di lui che “la regia era nel suo destino”. Andrea De Sica non lo dà per scontato, e racconta da dare dove viene davvero quella passione. “C’era una passione a casa mia sin da piccoli nel vedere i film, scomporli e soprattutto raccontare storie. I miei genitori e i miei parenti sono sempre stati grandi raccontatori di storie.” Da bambino abbassava le luci, metteva la musica e inventava storie spacciate per vere. La voglia di portare le persone in un mondo alternativo, dice, viene da lì.
Un documentario per riscoprire le radici
Tra i temi della masterclass ci sarà anche il documentario su Vittorio De Sica, un progetto che Andrea De Sica definisce “due anni di lavoro intenso dove ho riscoperto le mie radici e ho studiato cose che davo per scontate.” Ha scelto di non dirigerlo per non elevarsi sugli altri membri della famiglia, preferendo una dimensione democratica. Il risultato è stato inaspettato: “essere discendenti di De Sica con la storia delle due famiglie è stato spesso motivo di sofferenza. Con questo film abbiamo ricucito qualcosa.” Vedere i quattro cugini insieme sul red carpet, dice, lo rende orgoglioso.
Un oggetto misterioso che polarizza
Maurizio Di Rienzo parla della sua fascinazione per il noir e per le contaminazioni imprevedibili. Andrea De Sica riconosce questa cifra come parte del suo imprinting più profondo: “Mio padre mi faceva vedere film da Roger Corman a David Lynch quando ero piccolissimo.” La fusione tra quel mondo e la vita extracinematografica dà vita a lavori particolari, volutamente difficili da classificare. “Mi piace l’idea che un mio film debba essere una sorpresa, un oggetto misterioso o equivoco su cui discutere, che possa polarizzare o disturbare.”
Gli occhi degli altri e la maturità
Il suo ultimo film, “Gli occhi degli altri”, parla del passato ma senza alcuna nostalgia per gli anni Sessanta. “Ho cercato di dare una sferzata al mondo della classe dirigente attraverso lo sguardo e il corpo di una donna.” Grazie a Jasmine Trinca e Filippo Timi, dice, sono riusciti a dare vita a sentimenti complicati, una compenetrazione tra sensualità e violenza. Lo considera il film della sua maturità, e si ritrova pienamente nel premio ricevuto: parlare del passato per raccontare il contemporaneo è esattamente quello che sente di fare.
La lezione del nonno e quello che manca ancora
La massima che Vittorio De Sica ripeteva agli attori, “se un attore recitando cade per terra, il regista che va a rassicurarlo non è un regista, è un imbecille”, dice molto del metodo che Andrea ha ereditato: una certa crudeltà apparente, tutta orientata al risultato. Eppure Andrea De Sica sente che c’è ancora molto da esprimere. “A volte mi critico perché faccio film un po’ troppo cupi, mentre io ho lati che non sono così.” La televisione, in questo senso, è per lui una forma di liberazione: alternare serie e film gli permette di vedere il mestiere da angolazioni diverse, prima di immergersi nel prossimo progetto.