Presentato in concorso alla 23ª edizione delle Giornate degli Autori di Venezia, Balcanica, opera prima di Nicola Sorcinelli, racconta la storia di Nazar, direttore d’orchestra, e di suo figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, costretti ad abbandonare tutto quando la musica viene messa al bando in Afghanistan. Il loro viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia, segnato dall’incertezza ma illuminato dalla speranza di tornare a suonare, li porta a incontrare Greta, una dottoressa italiana. Protagonisti del film, Babak Karimi e Ivar Wafaei raccontano il loro arrivo nel progetto e il rapporto tra i due personaggi.
Un film di resistenza
I primi contatti con il progetto risalgono a tre anni fa, racconta Karimi, che era già stato diretto da Costanza Quatriglio in una piccola parte, quella di un afghano, nel film Sembra mio figlio, prodotto dalla stessa produzione di Balcanica. “Quando ho letto la sceneggiatura mi è piaciuto moltissimo perché questo artista a cui è stato negato la possibilità di esprimersi, che fa questa strada lunghissima pur di rimettere in piedi l’orchestra e poter suonare, mi ha ricordato molto anche il destino di mio padre, che è stato per 40 anni interdetto da tutto,” racconta l’attore, che descrive quella lettura come un coinvolgimento totale, ancora prima di conoscere il regista: “Questa sceneggiatura mi ha coinvolto emotivamente dall’inizio alla fine, pur non conoscendo Nicola di persona, pur non avendo visto nulla di lui, però il sentimento era talmente preciso che gli ho detto sì.” Alla domanda su cosa sia, per lui, Balcanica, Karimi risponde senza esitazioni: “Secondo me è un film di resistenza. Resistenza di un istinto. L’arte è un istinto che tu non puoi soffocare,” un’immagine che lega anche a un riferimento musicale: “Mi viene in mente il titolo di un album di Pino Daniele, Un fiore nel deserto. L’artista, o almeno questo artista che viene rappresentato in questo film, per me è un fiore nel deserto che, malgrado le intemperie, le condizioni, tutte le cose avverse, cerca di rimanere vivo e stare in piedi.”
Diventare padre e figlio sullo schermo
Il legame tra i due protagonisti nasce ancora prima delle riprese. Karimi racconta il momento in cui ha visto per la prima volta una foto di Wafaei: “Appena ho visto la foto di Ivar sul telefonino mi è scattato dentro, ho detto: ‘È lui’. E quindi da lì in poi è stato facilissimo,” racconta l’attore, che riconosce nel collega anche una storia e una lingua in comune: “Lui è afghano cresciuto in Iran, quindi noi abbiamo parlato in persiano, avevamo molte cose, ricordi e questioni in comune. È molto simile alla fisionomia di mio fratello, e quindi l’ho sentito come uno di famiglia subito.” Anche per Wafaei, il rapporto è nato spontaneamente sul set: “Credo che ci fosse già, fin dal momento in cui ci siamo incontrati. Babak è una persona molto intuitiva, e la maggior parte dei momenti e della relazione li abbiamo creati direttamente sul set, leggendo la sceneggiatura nello stesso modo e facendola accadere davanti alla macchina da presa. È una persona molto saggia, e quando non giravamo passavo il tempo ad ascoltarlo.”
Chi vuoi essere, o come vuoi essere
Balcanica, per Karimi, è anche un film sulla scelta di chi si vuole essere, o meglio, su come lo si vuole essere: “Più che chi vuoi essere, come vuoi essere. Una volta nelle famiglie, perché cambiasse il mestiere di famiglia ci volevano tre generazioni. Adesso nell’arco di una vita cambiamo cinque o sei mestieri. Ma quello che non cambia, che però si sviluppa, è il come fare quello che facciamo: quanto ci deve appassionare, quanto deve essere utile al mondo che ci circonda, quanto noi riusciamo a migliorare quello che abbiamo intorno,” un principio, racconta, che gli arriva direttamente dal padre: “Basta che tutto quello che hai intorno riesci a migliorarlo di un tantino, sarai utile, ti sentirai soddisfatto. Non c’è bisogno di fare grandi cose, grandi rivoluzioni.” Per Wafaei, lo stesso principio si traduce nei piccoli gesti di una famiglia: “Penso siano le piccole cose, come avere una famiglia e sentire quell’amore. Il nostro modo di amarci era così, con tutti i problemi che abbiamo: cominciamo a discutere, lui alza la voce, io alzo la voce, ci rattristiamo, e mostriamo quell’amore in quel modo.”
Plot
Quando la musica viene messa al bando in Afghanistan, il direttore d’orchestra Nazar e suo figlio Jalil, giovane suonatore di tuba, sono costretti ad abbandonare tutto ciò che conoscono. Intraprendono così un viaggio lungo la rotta balcanica verso l’Italia, un cammino segnato all’incertezza ma illuminato dalla speranza di trovare un luogo in cui poter tornare a suonare. Durante il percorso incontrano Greta, una dottoressa italiana. Insieme, i tre si troveranno ad affrontare scelte destinate a cambiare per sempre le loro vite.