83ª Mostra di Venezia 2026, Tommaso Landucci su I Figli della Scimmia: “Kore-eda mi ha molto influenzato nella preparazione de I figli della scimmia: nei suoi film non c'è mai il cattivo, e anche io ho voluto amare tutti i personaggi della mia storia”
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"I figli della Scimmia", intervista al regista Tommaso LanducciChiara Nicoletti
Presentato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, I figli della scimmia racconta di Dario, padre di un bambino disabile a cui dedica ogni cura e attenzione, e del suo bellissimo rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote, Dario ritrova il figlio che avrebbe voluto avere e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere: un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare il suo equilibrio interiore e travolgere l’intera famiglia. Il regista Tommaso Landucci rivela l’origine del titolo in una fiaba di Esopo, il tabù del lutto per il figlio immaginato, i tre livelli di paternità messi in scena nel film, e l’ispirazione di Hirokazu Kore-eda dietro il suo sguardo sui personaggi.
L’origine del titolo, in una fiaba di Esopo
Alla domanda sul perché il film parta da una fiaba di Esopo, Landucci ne racconta il contenuto e il motivo per cui l’ha comunque tenuta come titolo pur discostandosene: “Inizia con una fiaba che parla di una scimmia che ha due figli, ama uno e disprezza l’altro, ma finisce per soffocare col suo amore quello amato, mentre quello disprezzato cresce forte e sano. Ora noi ci siamo molto discostati poi nel film da questa fiaba, però parla di genitorialità, di paternità, e abbiamo voluto lasciare il titolo perché ci sembrava che evocasse questo tema”.
Il dolore per il figlio immaginato
Alla domanda su come sia stato affrontare un tabù difficile, quello del lutto di un padre che si era immaginato un figlio e un percorso diversi da quelli poi avuti, Landucci parte dal personaggio del protagonista: “Il protagonista, che è Riccardo Scamarcio, si trova a dover fare i conti con un figlio con disabilità. È un figlio che lui ha cercato, voluto e che è nato con paralisi cerebrale infantile”. Racconta di aver scoperto quel tabù parlando con le famiglie di ragazzi con disabilità durante la scrittura del film: “Il tabù di cui parli è una cosa di cui io mi sono accorto parlando con le famiglie durante il periodo di preparazione e di scrittura del film, in cui sono stati loro a dirmi che esisteva questo primo dolore: il dolore per il figlio immaginato. Perché quando tu aspetti un bambino o una bambina, ti immagini come sarà, ti immagini come sarai tu come padre, e un figlio con disabilità porta inevitabilmente a una rottura di questa idealizzazione”. Descrive poi il momento in cui il protagonista ritrova, nel rapporto con il nipote, quel figlio immaginato: “Riccardo deve fare i conti col fatto che, passati gli anni, anche se lui è un padre molto presente che ama suo figlio, si trova nel momento in cui suo nipote di 14 anni, che è in un momento di ribellione dai propri genitori, trova nello zio Riccardo uno sparring partner. Allora lui ritrova quel figlio e forse quel ruolo che avrebbe voluto, e forse lo preferisce”.
Tre livelli di paternità in scena
Alla riflessione secondo cui il film mette in scena non solo un padre e un figlio ma un’intera famiglia, con due fratelli che sono a loro volta padri e figli, Landucci conferma quella stratificazione: “Sono molto contento che hai notato questa stratificazione, perché ovviamente il primo livello è quello del protagonista con suo figlio. Poi c’è il secondo livello, che è il tema della paternità ribattuto sul personaggio di Fausto Russo Alesi, che è il fratello di Riccardo Scamarcio ed è il padre del nipote di cui parlavamo prima. E poi con Luigi Diberti indaghiamo il fatto che questi due padri sono stati a loro volta figli prima di un altro padre, quindi sì, ci sono questi tre livelli di paternità”.
L’ispirazione di Kore-eda
Alla domanda sul suo rapporto con il cinema di Hirokazu Kore-eda, in concorso proprio a Venezia 83 Landucci racconta di essere alla Mostra soprattutto per lui: “Io sono qui principalmente per incontrare Kore-eda! Non sono qui per presentare I figli della scimmia, ma per incontrare Kore-eda, maestro assoluto, e sono riuscito a incontrarlo ieri soltanto per dirgli grazie perché mi ha molto influenzato nella preparazione di questo film. Ho studiato in particolare tre suoi film, fra cui Ritratto di famiglia con tempesta, secondo me bellissimo”. Spiega infine cosa gli resta di quel modello: “Quello che mi porto, che per me è un faro in Kore-eda, è perché lui tratta il dramma familiare con calore, con una malinconia e una nostalgia che è calda, non è triste, e soprattutto nei suoi film non c’è il cattivo. Cioè io volevo amare tutti i personaggi di questa storia, non c’è un elemento negativo, e questa è una cosa che mi è arrivata influenzata dai film del maestro”.
Plot
Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, e ha un bellissimo rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l’equilibrio interiore di Dario e travolgere l’intera famiglia.
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