“Fino alla Fine”, intervista al regista Gabriele Muccino
Fino Alla Fine, tredicesimo film di Gabriele Muccino, è un inno a vivere la vita a pieno.
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"Je so' pazzo", intervista al regista Nicola Prosatore e all'attore Massimiliano Caiazzo Chiara Nicoletti
Presentato nella sezione Grand Public della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma 2026 e ora in sala, Je so’ pazzo di Nicola Prosatore è un ritratto intenso di Pino Daniele, anima ribelle nata nei vicoli di Napoli che ha rivoluzionato la musica italiana fondendo blues, jazz e tradizione partenopea.
Il film ne racconta l’ascesa, dagli anni difficili dell’infanzia segnata dall’abbandono fino al leggendario concerto del 1981 davanti a 200.000 persone, tra conflitti familiari, fragilità personali e amori profondi. Racconta anche le sfide che il successo porta con sé: il rapporto irrisolto con il padre, il peso delle aspettative e il rischio di ripetere gli stessi errori.
Prosatore e Massimiliano Caiazzo, protagonista del film nei panni di Pino, raccontano la ferita da cui nasce lo sguardo del film, le testimonianze raccolte tra chi era vicino a Pino e lo spazio che la moglie Dorina ha saputo lasciare alla sua arte.
Per Prosatore, il dolore dell’infanzia è la chiave per capire chi sia diventato Pino Daniele: “Io credo che un bambino che si sente abbandonato, quella cosa se la porta dietro per tutta la vita”.
Il regista parte dalla propria esperienza di genitore: “Io ho due figli con cui spero di non avere nessun problema, mi ritengo un padre molto presente, eppure ci sono delle cose che loro ricordano come dei momenti di svolta importantissimi della propria vita, tipo ‘mi hai rimproverato quando è caduta la forchetta'”.
Una piccola ferita che, riportata alla storia di Pino, diventa ben più profonda: “Di fatto si parla di un bambino abbandonato, di ‘non ti possiamo tenere, devi andare dalle signorine’, nello stesso quartiere per giunta, con il bambino che vede la vita della sua famiglia che va avanti parallelamente alla sua. Credo che quella ferita abbia dato il punto di vista al film”.
Il film ha esplorato quella ferita attraverso le fonti e i ricordi di chi ha conosciuto Pino da vicino, racconta Prosatore: “L’abbiamo letto, abbiamo sentito i racconti dell’altro fratello, Carmine, quello che è rimasto in famiglia, quasi sliding doors, perché c’era stato un momento in cui si era deciso chi andava via. E lui dice delle cose abbastanza forti sul padre. Abbiamo sentito tantissimo Dorina, che è quella più vicina a Pino in quel momento”.
Tra i dettagli emersi, il regista ne ricorda uno particolarmente eloquente: “Pino non è andato al funerale del padre, e invece ha vestito il padre di Dorina quando è morto”.
Per Caiazzo è proprio da lì che nasce tutto: “Lì nasce una spinta, una ferita, un’inquietudine dalla quale poi viene questa esigenza di mettere fuori, perché è come una pentola a pressione che si scuote dentro”.
A fare la differenza è stato il modo in cui Pino ha incanalato quel dolore: “La cosa bella è che lui l’ha fatta con l’arte. È riuscito a farne qualcosa di estremamente positivo, creativo, ispirante nei confronti degli altri e con onestà, ed è il motivo per cui secondo me la sua musica parla a tutti, da Napoli a Milano fino a fuori Italia”.
Nel film c’è un momento in cui Dorina, nel pieno di una crisi del matrimonio, mette da parte il conflitto per lasciare spazio alla creatività di Pino. Una scena che, assicura Prosatore, è realmente accaduta: “Ovviamente noi diciamo che abbiamo la licenza della drammaturgia, però quella scena è vera, quella della composizione di A me me piace ‘o blues. E dice esattamente questo: la sospensione del sentimento privato a vantaggio di una cosa, la poesia, l’arte, la musica. Di fronte a questa cosa qui ci fermiamo tutti, facciamo pace, è una tregua, un armistizio: di fronte a quella cosa lì abbiamo uno spazio che ci unisce”.
Per Caiazzo dietro quel gesto c’è soprattutto l’intuizione di Dorina: “Lei sapeva e sentiva quanto quello era importante per Pino, quanto Pino ne aveva bisogno per essere anche l’uomo del quale lei si è innamorata, e quindi per un amore più grande. Secondo me è una bella forma d’amore, quella di dare spazio anziché pretendere per forza a tutti i costi”.
Written by: Chiara Nicoletti
Film
je so' pazzoFestival
Festa del Cinema di RomatodayOctober 26, 2024 2
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