Presentato in anteprima nella sezione “Per il cinema italiano” al Bari International Film & TV Festival, il film “Ritorno al tratturo” scritto e diretto da Francesco Cordio nasce dall’esigenza di raccontare una parte del Paese spesso esclusa dal discorso pubblico: le aree interne.
“Rappresentano circa il 60% del territorio italiano e ospitano circa 13 milioni di persone”, sottolinea Cordio. Un dato che evidenzia una contraddizione strutturale: territori vastissimi e abitati, ma progressivamente marginalizzati, anche da politiche che ne accompagnano lo spopolamento.
Girato interamente in Molise, tra le province di Isernia e Campobasso, “Ritorno al tratturo” si concentra su una regione simbolo, scelta come sintesi di una condizione diffusa in tutta Italia e in parte dell’Europa.
Il tratturo come rete di relazioni
L’elemento centrale del racconto è il tratturo, antica via della transumanza che attraversa la penisola dall’Abruzzo alla Puglia. Una fascia di terra larga oltre cento metri e lunga centinaia di chilometri, che per secoli ha rappresentato una vera infrastruttura culturale.
“Non era solo un percorso”, spiega Francesco Cordio. “Era una rete di scambi commerciali e culturali, un intreccio di relazioni”.
Il titolo richiama implicitamente “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis, ma ne ribalta il senso. Non si tratta di nostalgia né di un ritorno alla lentezza come valore in sé, ma di un recupero di relazioni e di modelli comunitari.
Un racconto corale tra storie e territori
Il documentario costruisce una narrazione collettiva attraverso incontri con contadini, allevatori, artigiani e giovani che scelgono di restare o tornare. Non solo resistenza, ma anche scelta consapevole di vita.
Tra i protagonisti emerge la figura di Valerio, pastore che incarna una visione politica e filosofica del ritorno alla terra. Accanto a lui, storie come quella di Federica, ristoratrice che rifiuta la logica del profitto per privilegiare una felicità più essenziale. “Non raccontiamo una desolazione”, precisa Francesco Cordio, “ma persone che hanno scelto di cercare la felicità in un altro modo”.
Elio Germano: una voce tra interno ed esterno
La presenza di Elio Germano rappresenta uno degli elementi chiave del film. Attore di origini molisane, attraversa i territori e ne diventa narratore, offrendo una mediazione tra pubblico e realtà raccontata.
“È la figura più utile che potessimo avere”, afferma Francesco Cordio. “È esterno ma profondamente legato a questi luoghi”. Accanto a lui Filippo Tantillo, ricercatore delle aree interne, e Silvia Di Passio, community manager, contribuiscono a costruire uno sguardo stratificato, in cui dati, esperienze e relazioni si intrecciano.
Un cinema politico senza compromessi
Francesco Cordio rivendica con chiarezza la natura politica del progetto. Documentarista attivo da quasi vent’anni, definisce il ruolo del cinema come una scelta di responsabilità: “Se decidi di fare un film politico, devi portarlo fino in fondo senza compromessi”.
Coerentemente, “Ritorno al tratturo” è stato realizzato senza finanziamenti pubblici, prodotto e distribuito in modo indipendente da Own Air. Dopo l’anteprima al festival, il film sarà distribuito dal 29 aprile con un modello capillare, aperto anche a proiezioni organizzate dal basso.
Un’eredità per le nuove generazioni
Francesco Cordio guarda esplicitamente al futuro. “Penso a mia figlia”, racconta. “I lavori che faccio devono lasciare qualcosa alle nuove generazioni”.
Il documentario diventa così anche uno strumento di consapevolezza, capace di attivare riflessione e, potenzialmente, azione. L’obiettivo è contrastare una narrazione fatalistica che considera questi territori “spacciati”. “Mi piacerebbe riuscire a frenare questa direzione di catastrofismo”, conclude Cordio.
Plot
In Italia esistono luoghi dove raggiungere una scuola o un ospedale richiede ore di viaggio. Luoghi dove non c’è rete, non c’è segnale. Queste sono le Aree Interne: coprono il 60% del territorio nazionale e sono abitate da 13 milioni di persone, un quarto della popolazione. Vivere qui è difficile; sognare qui lo è ancora di più. Eppure, qualcosa si sta muovendo. Agricoltori, pastori, artigiani, piccoli imprenditori e studenti: restare oggi nelle Aree Interne significa costruire nuove comunità. Queste reti locali emergono come alternativa a un modello di sviluppo che divora risorse, consuma suolo, inquina e produce ricchezza per pochi e miseria per molti. Esse rappresentano l’essenza dell’azione collettiva contro l’ideologia dominante del “si salvi chi può”. Tutto questo non è mai così evidente come sulle dolci montagne del Molise, attraversate per millenni da un flusso costante di animali e persone lungo il tratturo. Questo “grande fiume verde”, largo cento metri e lungo centinaia di chilometri, ha collegato per secoli i popoli d’Europa con quelli del Mediterraneo. È un’esperienza nomade che ha plasmato profondamente la loro identità. Le persone incontrate in questo viaggio parlano di mobilità e leggerezza, di artigianato e ricerca dell’essenziale. Nel loro lavoro quotidiano, esse si prendono cura di questi paesaggi mozzafiato e salvaguardano la biodiversità da cui dipende il futuro della nostra specie.