
Oggi, 2 aprile 2026, è stato presentato il programma della 41ª edizione del Lovers Film Festival, in programma a Torino dal 16 al 21 aprile al Cinema Massimo. Diretto da Vladimir Luxuria, il festival si conferma il più longevo in Europa dedicato ai temi LGBTQI+ e tra i principali a livello internazionale.
Il claim di questa edizione, “Chi guarda chi – Who’s watching who”, entra direttamente nel cuore del linguaggio cinematografico. “Tre soggetti, ognuno con il suo mezzo, che fissano l’obiettivo verso chi guarda… chi si trova davanti a questa immagine si scopre osservato”, spiega Luxuria, restituendo un’idea di cinema come relazione, non come semplice visione.
Una visione condivisa anche dal Museo Nazionale del Cinema. “Lovers è oggi non solo una vetrina cinematografica, ma anche un luogo di incontro e di dialogo che contribuisce ad arricchire il dibattito culturale e sociale”, dichiarano Enzo Ghigo e Carlo Chatrian.
Il cinema come spazio politico e sensibile
Il programma 2026 propone oltre 50 film provenienti da 21 Paesi, costruendo una mappa articolata del cinema queer contemporaneo.
Luxuria sottolinea il valore di questa selezione: “Ogni regista e sceneggiatore, nelle sue creazioni, intende osservare, scavare, smuovere le nostre coscienze attraverso il racconto, le emozioni, il cinema”. E aggiunge: “Un anno particolarmente fruttuoso nella produzione di film… molto probabilmente una reazione creativa all’oscurantismo sui diritti”.
Ne emerge un programma che non si limita a rappresentare, ma interpreta il presente.
Tra apertura e concorso: corpi, identità, conflitti
Ad aprire il festival sarà Maspalomas di Aitor Arregi e Jose Mari Goenaga, racconto di un’esistenza riconquistata e poi rimessa in discussione. Il protagonista Vicente, dopo aver trovato una propria libertà, si ritrova a confrontarsi con nuove forme di controllo, in una tensione costante tra autodeterminazione e norma sociale.
Nel concorso, il cinema si fa terreno di confronto tra desiderio e contesto. Apenas Coisas Boas di Daniel Nolasco costruisce un melodramma sensuale e stratificato, mentre Between Dreams and Hope di Farnoosh Samadi racconta una storia d’amore attraversata dalle difficoltà della transizione di genere in Iran.
Con On the Sea, Helen Walsh indaga una mascolinità fragile e in trasformazione, ambientandola in una comunità sospesa tra tradizione e crisi economica. In Julian, Cato Kusters racconta invece una relazione che diventa gesto politico, mettendo in discussione i confini stessi del matrimonio e della cittadinanza.
Tra i titoli del concorso si inserisce anche Iván & Hadoum di Ian De La Rosa, presentato lo scorso febbraio alla Berlinale, che amplia ulteriormente il panorama delle narrazioni, confermando l’attenzione del festival per storie intime e geografie meno rappresentate.
Fuori concorso: il presente che inquieta
Fuori concorso, il festival si apre a opere che intercettano le tensioni contemporanee con linguaggi diversi.
In La più piccola / La petite dernière, Hafsia Herzi racconta un percorso di formazione segnato dal conflitto tra fede, desiderio e identità. Il film si muove con sensibilità tra la dimensione intima e il contesto sociale, restituendo un ritratto complesso e stratificato.
Blue Film di Elliot Tuttle, invece, entra in uno spazio più oscuro, esplorando le dinamiche del desiderio online e i limiti della rappresentazione digitale. In Caracas Avenue, Juana Jiménez del Toro segue le vite marginalizzate di donne trans nella Colombia degli anni Ottanta, costruendo un racconto che attraversa violenza, sopravvivenza e trasformazione.
Con Strange Journey: The Story of Rocky Horror, Linus O’Brien torna su un immaginario fondativo, ricostruendo la storia di un fenomeno culturale che ha ridefinito il rapporto tra pubblico e performance.
Nel focus dedicato a MUBI, Passages di Ira Sachs porta in scena relazioni contemporanee instabili e ambigue, confermando uno sguardo autoriale capace di lavorare sulle sfumature del desiderio.
Lovers Celebrations: memoria e genealogie queer
Una parte significativa del programma è dedicata alla memoria del cinema queer e alle sue figure iconiche.
Con Flesh for Frankenstein, il festival rende omaggio a Udo Kier, attore simbolo di un cinema radicale e provocatorio. Il film diventa un’occasione per riflettere su un immaginario che ha segnato profondamente l’estetica queer.
Accanto a questo, My Own Private Idaho (Belli e dannati) di Gus Van Sant riporta in sala uno dei titoli più influenti degli anni Novanta. Un film che continua a interrogare identità, marginalità e desiderio, mantenendo intatta la sua forza visiva e narrativa.
La chiusura e il ritorno al conflitto
Il festival si chiude con Plainclothes di Carmen Emmi, ambientato negli Stati Uniti degli anni Novanta. Il film segue un giovane poliziotto infiltrato nei luoghi di incontro gay, costruendo una tensione costante tra il ruolo pubblico e l’identità privata.
È una chiusura coerente con il percorso del festival. Il conflitto tra individuo e sistema resta al centro.
Un’esperienza collettiva
Accanto ai film, Lovers mantiene una dimensione performativa e condivisa. La madrina sarà Donatella Finocchiaro, mentre la chiusura vedrà la partecipazione di Nicola Savino.
Luxuria riassume così lo spirito del festival: “Lovers è socializzazione, cultura e intrattenimento… si parla di discriminazioni di ogni tipo”. E conclude con un invito diretto: “Entriamo in sala… e lasciamoci trasportare dalla magia di film da guardare e per farci guardare”.
Un invito che definisce il senso profondo di questa edizione.