Sabato 4 luglio al Teatro Miela di Trieste, Giuseppe Battiston riceve il Premio Interprete del Presente alla 27ª edizione dello ShorTS International Film Festival. Un riconoscimento che il direttore artistico Maurizio Di Rienzo ha motivato con parole precise, parlando di ironia, malinconia e di un attore capace di grandi sfumature, arrivando a definirlo “l’Orson Welles italiano”. Giuseppe Battiston arriva a Trieste con una carriera che conta oltre 60 film, 15 fiction e serie TV, tre premi e sette candidature ai David di Donatello, ma anche con un legame speciale con la città, dove ha girato il suo primo film da protagonista.
Senza malinconia non c’è ironia
Giuseppe Battiston accoglie le parole di Maurizio Di Rienzo con entusiasmo genuino, riconoscendosi in pieno nella definizione. “Senza malinconia non c’è ironia, perché dalla malinconia nasce lo sguardo divertito e divertente sulle cose.” Una formula che per lui non è solo una riflessione teorica ma il cuore mesmo del suo modo di stare sul palco e davanti alla macchina da presa. “Mi piace moltissimo l’idea che i miei personaggi suscitino malinconia, perché solo così poi diventano divertenti. Non sono un comico, ma so bene che il sorriso nasce dal dolore.”
La comicità è una scienza
Lavorare con Antonio Albanese in “Lavoreremo da grandi” gli ha confermato qualcosa che intuiva da tempo: “Per far ridere bisogna studiare tanto. L’improvvisazione fine a se stessa non ti porta da nessuna parte.” Vedere Antonio Albanese all’opera è stata, dice, “una lezione preziosissima”: nulla è lasciato al caso, ogni battuta, ogni situazione, ogni movimento del corpo sono il frutto di una pratica precisa e rigorosa. Il risultato sembra nato sul momento, ma è proprio questo l’obiettivo. “La comicità deve sorprendere. Tu devi sorprendere lo spettatore, sennò non ride.”
Le radici: Soldini, Mazzacurati ed il Palio Teatrale a Udine
Tutto è cominciato alle superiori, a Udine, con il Palio Teatrale, una manifestazione in cui i ragazzi delle scuole allestivano autonomamente uno spettacolo. “Ho scoperto che mi divertiva molto e ho deciso di studiarlo.” Da lì, Milano, la scuola d’arte drammatica e l’incontro con Silvio Soldini, quasi contemporaneo ai primi passi in teatro. Poi Carlo Mazzacurati. Sono loro, insieme ad Alfonso Sant’Agata per il teatro, le tre figure che Giuseppe Battiston indica come riferimenti assoluti del suo percorso. “Non potevo avere maestri migliori.”
Stucky, la serialità e il desiderio di tornare a teatro
Negli ultimi anni Giuseppe Battiston si è misurato anche con la serialità, dando vita a “Stucky”, personaggio nato da un film di Antonio Padovan, “Finché c’è prosecco c’è speranza”, di cui si è innamorato al punto da trasformarlo in una serie. Un lavoro che ha messo in gioco anche la sua passione per la scrittura, ma che descrive come “piuttosto faticoso” per i ritmi produttivi imposti. Ora il pensiero va al teatro a cui sente il bisogno di tornare. Non senza una nota critica: “La soglia di attenzione del pubblico si è abbassata molto. È difficile catturare l’attenzione e tenerlo su una poltrona per un’ora e mezza.” Le forme più innovative, aggiunge, fanno ancora molta fatica ad affermarsi.
La crisi del cinema? Riguarda la distribuzione, non le idee
Sul cinema italiano Giuseppe Battiston si dice più ottimista di quanto ci si aspetterebbe. La stagione appena trascorsa ha portato una novità significativa: “C’è stato il fenomeno di Le città di pianura, che in qualche modo ha dato una scossa all’ambiente. Per la prima volta non hanno vinto i soliti.” Un segnale di affrancamento da un certo provincialismo, e la prova che il cinema del nord e del nordest non è più di serie B. “La crisi del cinema riguarda la distribuzione, non certo le idee.”