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"Marco Bellocchio - La porta della realtà", intervista al regista Fabio Lovino Chiara Nicoletti
Presentato fuori concorso alla 79ª edizione del Festival del Film di Locarno 2026, “Marco Bellocchio – La porta della realtà” è il documentario diretto da Fabio Lovino, che da oltre vent’anni lavora al fianco del regista di Bobbio. Il film, nelle sale italiane dal 27 agosto con Lucky Red e in coproduzione con Il Fatto Quotidiano, ricostruisce la vita e il cinema di Marco Bellocchio anche attraverso le voci dei figli Piergiorgio ed Elena e di attori e collaboratori come Pierfrancesco Favino, Marco Tullio Giordana e Daniele Ciprì. Dopo l’anteprima a Locarno, Fabio Lovino ci racconta la genesi di un ritratto che intreccia una lezione di cinema a una lezione umana.
Dopo più di vent’anni di lavoro comune, Lovino ha sentito arrivare il momento di provare a raccontare Bellocchio su due piani insieme, quello dell’artista e quello dell’uomo: “Mi sono detto: forse è il caso di provare a raccontare un artista gigante e allo stesso tempo anche un uomo altrettanto gigante, con una grande anima oltre al grande talento artistico”. Il film diventa così, spiega il regista, “un po’ una lezione di cinema e anche una lezione di human beings”, il racconto di qualcuno che “si prende la responsabilità di tutta quella che è stata la sua vita”, arrivando quasi a farne “una responsabilità pubblica”.
Il film torna anche sulla ferita legata al fratello Camillo, già raccontata da Marco Bellocchio in “Marx può aspettare”, ma la allarga attraverso le esperienze dei figli Piergiorgio ed Elena. Se in quel film erano soltanto testimoni, “per la prima volta si rendevano conto di quello che era successo, venivano messi al corrente”, qui hanno alle spalle anni di elaborazione di un rapporto con il padre che, come dice Piergiorgio, “un conto è essere figli di Marco, di un grande regista, un conto è essere figli di Marco Bellocchio“. Lovino racconta di aver girato pensando anche ai propri figli, ventenni e quattordicenni, con la speranza che le nuove generazioni possano riscoprire l’opera di Bellocchio, un autore che avvicina per impegno morale, etico e politico a Elio Petri: “Vedere un cinema strapieno di ragazzi”, racconta a proposito di una proiezione al Piccolo America di Roma, “è stato una grande gioia”.
Alla domanda su quale sia, secondo Lovino, il segreto di Bellocchio, la risposta richiama quella data in passato da Fabrizio Gifuni: la curiosità. “Credo che la curiosità sia quella particolarità che alimenta ogni artista”, dice il regista, ricordando gli incontri fatti da giovane con grandi poeti italiani, da Andrea Zanzotto ad Alda Merini, da Attilio Bertolucci a Mario Luzi, “che anche a 80 anni passati avevano una curiosità per la vita estrema”. Una stessa energia che Lovino ritrova in vent’anni di lavoro accanto a Ridley Scott, “che filmando l’ultimo film già disegna gli storyboard del prossimo”, e con cui condivide, come con Bellocchio, anche una storia familiare segnata da un lutto simile, quello del fratello Tony Scott: “La curiosità, ma anche la straordinaria energia creativa. C’è poco da fare, e specialmente non sedersi mai”.
Il titolo del film nasce da una riflessione sulle sceneggiature “di ferro” di René Clair, che lasciava sempre, in un momento di dubbio, “una porta aperta per i suoi film, alla realtà”. Per Lovino è anche il tratto più umano di Bellocchio: “Pur avendo fatto dei grandissimi film, a 86 anni ti dice: non puoi far finta di sapere quando non sai. Noi viviamo in un mondo dove tutti pensano di sapere tutto”. Un pensiero che il regista avvicina a Elogio dell’imperfezione di Rita Levi Montalcini e a un celebre aneddoto su Picasso, a cui una volta fu chiesto quanto tempo avesse impiegato a realizzare dei piatti in ceramica pagati una fortuna: “Quanto ci ho messo? Niente”. Per Lovino è il segno di “un grande artista” che, “per come si dice a Roma, se ne frega del giudizio approssimativo” di chi non ha il tempo di studiare quell’artista prima di giudicarlo.
Il film si chiude su un’immagine di leggerezza, con la famiglia Bellocchio che si abbraccia e scherza. Una scelta non casuale, spiega Lovino, pensata per restituire ai figli, dopo Marx può aspettare, una voce propria: “Prima erano un po’ spettatori involontari, invitati da Marco a conoscere una parte così presente e dolorosa della sua vita”. In fase di montaggio, Lovino ha scelto di attenuare parte della commozione di Elena in un momento “così intimo, che non era assolutamente calcolato”, per proteggerne la fragilità.
Dopo quasi vent'anni di collaborazione con Marco Bellocchio, il documentario nasce dal desiderio di Fabio Lovino di raccontare l'universo umano e artistico di uno dei più grandi maestri delvcinema contemporaneo. Attraverso immagini inedite ed esclusive, il film entra nel cuore del suo processo creativo e ripercorre, insieme ai colleghi, agli amici e alla famiglia, il cammino di un autore che ha saputo rinnovare costantemente il proprio linguaggio, vivendo una straordinariastagione creativa e conquistando il riconoscimento internazionale, senza mai perdere lavprofondità e la libertà del suo sguardo.
Written by: Chiara Nicoletti
Daniele Ciprì Marco Bellocchio Marco Tullio Giordana Pierfrancesco Favino
Guest
Fabio LovinoFestival
Locarno Film FestivaltodayAugust 13, 2026 2
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