“I figli della Scimmia”, intervista al regista Tommaso Landucci
Nella sezione Orizzonti di Venezia 83, con I Figli della Scimmia, Tommaso Landucci racconta il dolore per il figlio immaginato e tre livelli di paternità
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Presentato nella sezione Orizzonti dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2026, Una storia (titolo internazionale Common Story) segna l’esordio alla regia di Anna Foglietta. Erika e Mauro vivono in provincia, dentro una quotidianità semplice fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia Irene parte per studiare in un’altra città, la casa si svuota e l’equilibrio su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra incrinarsi: Erika ( Alba Rohrwacher), che ha sempre abitato il mondo attraverso la cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione; Mauro ( Guido Caprino), cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi con una fragilità mai confessata. Foglietta racconta la genesi del film, il rapporto con i suoi personaggi e la dimensione politica del desiderio.
Il film, racconta Foglietta, non è nato da una vicenda da raccontare, ma da un’idea sulla vita contemporanea: “Questo film è stato concepito inizialmente da un’idea e non da una storia. Un’idea che ruotava intorno all’uso e all’abuso di stratificazione nelle nostre vite, che non ci consentono di conoscerci veramente. Viviamo forse il tempo più bulimico, più consumistico e più frenetico della storia dell’umanità: se abbiamo un problema e non vogliamo pensarci, scrolliamo il nostro telefono. Se vogliamo acquistare qualcosa con 1 €, andiamo su qualsiasi applicazione di fast fashion e possiamo acquistarlo, allontanandoci sempre di più da quello che in realtà andrebbe affrontato e visto, ossia la nostra persona, i nostri desideri, i nostri bisogni e chi siamo davvero.” Una regista che cita, a questo proposito, un verso di Alda Merini: “Possiamo correre il rischio di vivere una vita intera senza conoscerci davvero. Questo è un rischio reale e concreto.” Da quell’idea, spiega, è nata la sceneggiatura vera e propria: “Da questa idea sono partita insieme agli sceneggiatori Matteo Ferri e Tania Pedroni, e abbiamo concepito questa storia all’interno di un nucleo familiare della piccola borghesia di una città di provincia, dove i personaggi si trovano a vivere, nell’arco di un anno solare, quel percorso e viaggio mostruoso della conoscenza di sé.”
Alla domanda se il film racconti anche la fatica di due persone che si vogliono bene ma devono imparare a voler bene a se stesse, Foglietta risponde partendo da un riferimento ingombrante: “Qua siamo nel piano dell’analfabetismo emotivo, un po’ come ci ha insegnato Bergman, solo senza Lacan e Jung. Bergman, il maestro dei maestri, ci ha fatto conoscere meravigliosamente l’animo umano passando attraverso i grandi della psicoterapia e della psicanalisi; qui siamo all’interno di una piccola borghesia dove c’è solo la pratica della vita, che a volte è più efficace di tante elucubrazioni mentali. Queste due persone affrontano le questioni complesse dell’esistenza senza averne gli strumenti.” Un viaggio che la regista definisce, proprio per questo, eroico: “È ancora più affascinante ed entusiasmante il viaggio eroico di queste due persone: le domande sono quelle giuste, e forse anche l’approccio alla risposta. A me non interessano mai le risposte, a me interessano sempre le domande.”
Sul personaggio interpretato da Alba Rohrwacher, a cui nel film viene detto “nessuno ha bisogno di te”, Foglietta riflette sul peso della funzionalità sociale nella vita delle donne: “La protagonista si è costruita una vita intera con degli alibi e soprattutto con una funzionalità sociale. Le donne, ma non solo le donne, gli esseri umani in questo momento storico, crescono pensando di potersi compiere nel proprio destino solo in una condizione di funzionalità: funzionale ai figli, a un marito, alla società, a una madre, al lavoro, ma mai funzionale a se stesse.” Da qui, la regista arriva a una riflessione più ampia sul desiderio come diritto: “Il desiderio e il sogno sono un esercizio: esercitare un essere umano al desiderio e al sogno è un diritto politico. Smettiamo di sognare quando ci vengono precluse tutte le aspettative verso il futuro. Oggi questo sta succedendo drammaticamente in tanti paesi del mondo, dove la cosa che più mi distrugge è l’idea che tanti bambini non possano più pensare di sognare e desiderare perché non riescono a concepirlo nel loro bagaglio personale.” Ed è in questo senso, conclude, che il film assume un significato politico: “Rimettere l’individuo al centro come ente desiderante e sognante è un diritto inalienabile, ed è l’unico modo per compiere davvero il nostro destino.”
Erika e Mauro vivono in provincia, dentro una quotidianità semplice fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia Irene parte per studiare in un’altra città, la casa si svuota e l’equilibrio su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra incrinarsi. Erika, che ha sempre abitato il mondo attraverso la cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione. Mauro, cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi con una fragilità mai confessata. Nel tempo sospeso che segue riaffiorano ferite lontane e desideri dimenticati. Sarà proprio questa crisi intima e profonda a spingerli a guardarsi davvero e a capire se e come possono trasformare se stessi e di conseguenza il loro amore.
Written by: Chiara Nicoletti
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Anna FogliettaFilm
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