Beatrice Fiorentino, delegata generale della Settimana Internazionale della Critica (SIC) 2026, presenta il programma della 41ª edizione, sezione autonoma e parallela della Biennale di Venezia, in scena dal 2 al 12 settembre. Nell’intervista ripercorre i criteri della selezione di quest’anno: dalle quasi 600 opere visionate alle sette opere prime in concorso, fino ai tre film italiani in cartellone.
Un festival come atto di responsabilità
Sullo scenario globale evocato nel suo discorso di apertura, Fiorentino parte da una convinzione netta: “Non possiamo chiuderci in una bolla e fare finta di non vedere quello che succede lì fuori. Stiamo attraversando un anno cruciale, un’epoca folle.” Per la delegata generale, incontrare le storie durante la programmazione significa specchiarsi nel presente: “Scegliere quali storie mostrare diventa un atto di responsabilità e obbliga a delle scelte di campo.” Un lavoro di selezione che quest’anno ha visto una leggera flessione nei numeri rispetto ai 700 film del 2025: “Ci siamo attestati intorno ai 600 titoli visionati per selezionarne nove che siano rappresentativi dello stato del cinema e del mondo.”
Ogni film è politico
Sul rapporto tra cinema e politica, Fiorentino richiama la lezione di Wenders (prima delle dichiarazioni alla Berlinale 2026) e la fa propria: “Che ogni film sia politico lo diceva già Wenders. Noi teniamo molto alla forma e alla proposta linguistica.” Il processo di selezione, spiega, resta imprevedibile: “Oggi più che mai abbiamo cercato di fare una selezione ‘politicamente’, cercando dove i film si facessero in tal modo. Abbiamo molto cinema indipendente, produzioni fatte con pochi soldi ma con grande precisione e consapevolezza del mezzo.”
Sette opere prime, una mappa del mondo che cambia
La selezione 2026 attraversa quattro continenti: due film colombiani, uno franco-italiano, e poi Tunisia, Brasile, India e Cina. Per Fiorentino è una scelta consapevole: “C’è spazio per altre storie. Magari territori a cui siamo più abituati trovano meno rappresentazione, ma è lo specchio dei cambiamenti in atto. È giusto guardare frontalmente questo senso di spaesamento che accomuna i quattro continenti rappresentati.” Tra i titoli citati, il colombiano Los Tiempos è, nelle sue parole, “politico ontologicamente”: parte da immagini d’archivio per raccontare la malinconia di una madre e, attraverso di lei, il malessere di un popolo segnato da violenza e sfruttamento, innestando una riflessione sull’intelligenza artificiale in cui l’algoritmo “sembra trovare più facile concepire la fine del mondo rispetto alla fine del capitalismo”.
America Latina e Medio Oriente: vitalità e resistenza
Sulla forte presenza latinoamericana, Fiorentino traccia un parallelo con l’attualità musicale: “Se pensiamo a Bad Bunny e al suo show a inizio anno, è stato un atto di resistenza in un momento cupo. L’America Latina ha oggi una vitalità e un bisogno di espressione che trova riscontro nella nostra selezione.” Presente anche il Medio Oriente, con un film tunisino di para-fantascienza ambientato nel 2059: “È un film sul presente che usa la fantascienza come pretesto per riportare urgenze al centro, come il bisogno di restare umani in un mondo tecnologicizzato.”
Tre volti dell’Italia: Rider, Il grande Giaffa, Prima della guerra
Sui tre titoli italiani in programma, Fiorentino li legge come un segnale di fiducia verso un’industria “un po’ sofferente” e come “uno specchio preciso della Nuova Italia”. Il film di chiusura, Rider, è un musical rap con Levante, Rosa Chemical e Margherita Vicario, “una sorta di aggiornamento di West Side Story” ambientato in una Milano che è in realtà Torino, che racconta “un mondo giovanile che fa i conti con le colpe dei padri in un’Italia multietnica e precaria, segnata da un conflitto di classe non risolto.” Il film di apertura, Il grande Giaffa, ha invece “un impianto quasi teatrale, con maschere pirandelliane e un’atmosfera notturna scorsesiana” ed è “lo specchio di una società schizofrenica dove verità, finzione e allucinazione collettiva si mescolano.”
Mascolinità e le “conseguenze del mancato amore”
In concorso, Prima della guerra di Tommaso Usberti è per Fiorentino “un film italiano” a tutti gli effetti, pur essendo una coproduzione franco-italiana ambientata in Pianura Padana: “Ha un’atmosfera antica e contemporanea al tempo stesso, molto pasoliniana e con richiami al primo Bertolucci.” Il film riflette sulla mascolinità attraverso un protagonista orfano “cresciuto con un modello di maschile muscolare e machista che non corrisponde alla sua anima gentile”, la cui crisi esistenziale affiora dall’incontro con una ragazza.
Un film manifesto per la Generazione Z
Tra i titoli pensati per un pubblico più giovane, Fiorentino segnala il cinese Zoom In, Zoom Out, definendolo “un film manifesto per la Generazione Z e i nativi digitali”, un “riaggiornamento di Blow-Up e L’avventura ai tempi del gaming online” che racconta “un mondo in cui realtà virtuale e geografica coincidono e il confine tra le due è caduto.” Un film, conclude, “destinato a un nuovo pubblico.”