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“L’estranea”, intervista al regista Paolo Strippoli

todayOctober 8, 2026

Background
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Paolo Strippoli racconta L'estranea, in concorso alla Mostra di Venezia 2026: "Ridere di quello di cui abbiamo paura"

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    "L'estranea", intervista al regista Paolo Strippoli Chiara Nicoletti

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Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, in sala dall’8 ottobre e scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar®, L’estranea di Paolo Strippoli racconta una donna che si presenta all’improvviso a casa di sua figlia per rivelarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea: un segreto custodito troppo a lungo, che ora torna a reclamare il suo prezzo.

Il regista racconta la sua idea di tragedia in senso classico, lo scontro tra una madre e una figlia che sono anche due modi opposti di stare al mondo, il filo che lega i suoi tre film attorno al tema del controllo e le risate inattese del pubblico davanti alle scene più crudeli.

L’estranea di Paolo Strippoli: una tragedia in senso classico

Nelle note di regia, Strippoli definisce L’estranea una tragedia nella sua accezione aristotelica e, dopo la presentazione a Venezia, non ha cambiato idea: “Cerco di distinguere il termine contemporaneo di tragedia, che ha più a che fare con il dramma, dalla tragedia in senso classico. E ti dico anche una cosa che è venuta fuori dalle proiezioni parlandone un po’: questa estranea non è altro che il coro della tragedia greca”.

Spiegare fino in fondo cosa intenda, ammette, non è semplice: “È molto difficile parlare di questo film senza fare spoiler. Con tutti gli altri film ero molto più libero, e questo penso sia un bene perché è un film che lavora per colpi di scena”.

Una cautela che, confessa ridendo, non gli viene naturale: “A me poi degli spoiler non frega niente, ma capisco che gli spettatori si divertono nello scoprire le cose quando vedono un film. È lecito”.

L’estranea in concorso a Venezia 2026: genitori che non sanno fare da filtro

Alla lettura del film come ritratto di una madre con un disturbo narcisistico, che vede i figli come un pezzo di sé e sceglie per loro ciò che giova a lei, Strippoli riconosce una parte di verità, ma allarga lo sguardo al contesto in cui si muove la famiglia Colonna: “Queste persone crescono, sono nuovi ricchi e nuovi adulti nella Bari del ’99, dove c’è una crescita industriale ed economica fatta di una trama di persone che si sono costruite da sole pezzettino dopo pezzettino. E quando tu fai tutti quegli sforzi per diventare lo specchio bello della società in cui ti muovi, non vuoi lasciare andare questo status”.

Anna e Walter Colonna, i genitori protagonisti, agiscono secondo il regista in buona fede: “Loro credono fermamente che se i figli rispecchiano l’immagine che loro stanno costruendo, se sono belli, sani e vincenti e quindi ben inseriti in quel mondo, vivranno meglio; e quindi lo stanno facendo per il bene dei loro figli in una maniera sincera, con una visione un po’ deviata di quello che è il benessere dei propri figli”.

Il suo sguardo, conferma, parte spesso dai più piccoli: “Quando il pericolo finisce sui bambini ci fa sempre più impressione, perché contengono quella innocenza e quell’ingenuità da proteggere”. Ed è proprio lì che i Colonna falliscono: “I genitori devono essere sempre il primo filtro nella vita di un essere umano tra quello che c’è fuori e quello che c’è dentro. Anna e Walter Colonna non ci riescono perché in realtà fanno entrare quello che la società si aspetta da loro in famiglia e, senza volerlo, perché non c’è cattiveria ed è pieno di buoni intenti quello che fanno, gli fanno dei danni enormi”.

Paolo Strippoli: scrivere di ciò che fa paura

Il punto di partenza, per Strippoli, è sempre lo stesso: “Io scrivo sempre di ciò che mi fa paura. E io ho una paura incredibile di perdere il controllo. I miei film parlano spesso di controllo in maniera diversa e parlano spesso di salute mentale”. Una paura che si scontra con l’impossibilità di disegnare il proprio futuro: “Noi viviamo in una narrazione tutta occidentale per cui sì, possiamo autodeterminarci al 100%, ma non è vero”.

Il film nasce così dal confronto tra due parti di sé: quella che somiglia ad Anna e quella da cui è nata sua figlia Alice, interpretata da Romana Maggiora Vergano, che si è emancipata dalla famiglia e dalle sue aspettative finché la madre non le piomba in casa.

“Queste due donne si scontrano in questo dialogo senza esclusione di colpi, ed è lo scontro tra due donne diverse, tra due modi di vivere la vita diversi che in qualche modo in me convivono, ma anche uno scontro generazionale. Perché io credo che noi siamo un po’ più disponibili delle vecchie generazioni ad accettare il fatto che la vita è fatta di tanta bellezza ma anche di tanto orrore, e se ti vuoi prendere la bellezza un po’ di orrore te lo devi prendere”.

Da Piove a L’estranea: tre film sul controllo

Pioggia e acqua a parte, ciò che lega Piove, La valle dei sorrisi e L’estranea è proprio il tema del controllo: “In Piove c’è questo fenomeno molto concreto, questa pioggia che attiva questi fumi che se respirati fanno perdere il controllo. Ne La valle dei sorrisi ci sono persone che rinunciano al controllo e alla propria identità pur di farsi togliere il dolore, dando la possibilità a questo ragazzino magico di controllarli. E qui invece c’è una donna che lotta in una maniera spasmodica per avere il controllo sulla propria vita”.

Al centro, sempre, personaggi fragili: “Io ho una certa antipatia per il cinema palesemente edificante, perché credo che il cinema diventi edificante attraverso gli errori che i personaggi fanno sullo schermo per noi”. Una convinzione su cui non si è mai trovato d’accordo con il suo maestro di teatro: “Penso sia molto più utile raccontare di personaggi dannati, fragili, che cadono e provano a rialzarsi e spesso non ci riescono. Gli spettatori hanno bisogno di esorcizzare delle paure e di vivere certe situazioni protetti da uno schermo”.

È questa, per lui, la funzione dell’horror: “Il cinema horror per me è sempre stato questo: vivere l’orrore protetto da uno schermo e uscire dalla sala con un po’ più di coraggio, con una lezione data dalla visualizzazione delle conseguenze di certe azioni”.

L’estranea e le risate del pubblico: ridere dell’orrore

Nel viaggio del film tra festival e sale, la sorpresa più grande per Strippoli sono state le risate: “Io non pensavo che la gente ridesse così tanto durante questo film, soprattutto durante le scene più crudeli. Sapevo che c’era una grande dose di dark humor, ma le persone ridono ed è bellissimo”.

Se ne è accorto al Toronto Film Festival: “Si alternavano momenti di gelo e di tensione, e poi le scene con Valeria Bruni Tedeschi, che sono tra le più crudeli, facevano ridere di cose di cui normalmente non si dovrebbe ridere”. Due spettatori, all’uscita dalla sala, gli hanno confessato di sentirsi in colpa per aver riso tanto: “Si sentivano in colpa perché hanno riso di cose atroci, ma è quello il bello del cinema: ridere di quello di cui abbiamo paura”.

Un esorcismo che fa bene anche a chi i film li fa: “Credo faccia bene confrontarsi con queste paure, sia per lo spettatore che per chi fa i film. Poi la serenità è una chimera, ma l’obiettivo delle nostre giornate è avvicinarci allo stare bene”.


Plot

Durante un forte temporale, Anna (Jasmine Trinca) si presenta senza preavviso a casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) per rivelarle che l'intera storia della loro famiglia si regge su una bugia. Anna sostiene di aver stretto un patto con una misteriosa Estranea (Valeria Bruni Tedeschi) per salvare la gamba di Alice, dopo un incidente avvenuto vent'anni prima. Un patto che ha scatenato un effetto domino, causando negli anni avvenimenti terribili. L’unica che può sistemare tutto è la stessa Alice. Ma a quale prezzo?

Written by: Chiara Nicoletti

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