Dario D'Ambrosi, regista de "Il Principe della Follia" e fondatore del Teatro Patologico, esplora come progetti di questo tipo siano fondamentali per dare dignità e rilevanza culturale a tutti coloro che vengono così spesso socialmente dimenticati
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"Il Principe della Follia", intervista al regista Dario D'AmbrosiGianluca De Angelis
Durante la ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, abbiamo parlato con Dario D’Ambrosi, regista del film “Il Principe della Follia” e fondatore del Teatro Patologico.
In quest’opera, il regista affronta tematiche profonde e complesse che vanno a raccontare la sanità mentale, ma anche l’empatia e la socialità. Il film, dopotutto, nasce anche dall’esperienza personale del regista, che ha trascorso un periodo della sua vita in un manicomio milanese: un’esperienza che ha plasmato la narrazione che viene messa in scena qui, dando ancora più tridimensionalità al il messaggio del film.
L’intervista
Il regista Dario D’Ambrosi descrive “Il Principe della Follia” come un documento e un manifesto sul valore delle persone con disturbi mentali. Durante l’intervista, ha evidenziato come sia proprio grazie alla sua lunga esperienza con la malattia mentale e con la connessione tra questo tipo di patologie e il teatro che ora può evidenziare con consapevolezza l’importanza di riconoscere il ruolo fondamentale che queste persone svolgono nella società: il loro benessere, infatti, finisce con l’influire positivamente su intere famiglie e comunità, condividendo l’idea che la società dovrebbe valorizzarli maggiormente.
Il film si distingue anche per la sua riflessione sulla spettacolarizzazione della sofferenza nel mondo moderno. D’Ambrosi riflette su come i social media e le televendite abbiano creato ad oggi una “pornografia del dolore”, una superficiale esposizione di emozioni che troppo spesso inducono pietà, senza vera comprensione. Ricordando anche l’esperienza della sua interpretazione nella “Passione di Cristo”, un film che, secondo lui, comunica un amore profondo tra madri e figli, nascosto dietro immagini di sofferenza. Tematiche che si ritrovano anche qui ne “Il Principe della Follia” invitando a riflettere maggiormente anche sui legami familiari e sui segreti nascosti tra le mura domestiche, dove il dolore può degenerare in devianze mentali. In un rapporto tra genitori e figli che spesso può essere segnato da silenzi e giudizi, certo, ma invitando a riscoprire la bellezza nascosta nella diversità, in un messaggio di speranza rivolto a tutti, specialmente alle nuove generazioni.
Plot
Una notte, ciò che sembrava routine si trasforma in un viaggio perturbante tra memorie spezzate, rimorsi e segreti familiari. Un tassista solitario si imbatte in una realtà allucinata e crudele, dove la sofferenza diventa spettacolo e la fragilità viene messa in vendita come merce di consumo. Al centro, la vicenda di un uomo segnato dalla malattia e dall’esclusione, che incarna il dolore di chi vive in bilico tra dignità e abbandono, e quello di una famiglia travolta dal peso insostenibile della disabilità. In questo intreccio di vite spezzate e desideri irrealizzati non esistono veri colpevoli né assoluzioni facili: ci sono solo esseri umani, feriti e vulnerabili, che cercano un varco per ritrovare la propria umanità. Tra visioni poetiche e momenti di crudele realismo, la storia conduce lo spettatore in un’esperienza emotiva potente, dove la fragilità diventa specchio di una forza collettiva capace di trasformare il dolore in possibilità di rinascita.
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