“Mrs Playmen”, intervista a Carolina Crescentini
“La nostra adolescenza è stata costellata da informazioni surreali. Per questo ci vorrebbe l'educazione sessuale nelle scuole"
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"Da tutta la vita", intervista alla regista Elisa Fuksas ed al protagonista Massimiliano Fuksas Chiara Nicoletti
Presentato come special screening alla 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, Da tutta la vita di Elisa Fuksas è il racconto pubblico e privato di Massimiliano Fuksas, fatto di architettura, pittura, incontri straordinari, passione, ma anche perdite e ricordi incongruenti. Tra presente e passato, il rapporto tra protagonista e regista si specchia in quello tra padre e figlia che finalmente, grazie a questo film di una vita, riescono a conoscersi e, soprattutto, a inventarsi. Elisa e Massimiliano Fuksas raccontano le vecchie cassette ritrovate da cui il film ha preso forma, il gioco di specchi tra chi sta dietro e chi sta davanti alla macchina da presa, cosa significhi portare il cognome Fuksas e le tracce di una famiglia da salvare dall’oblio, fino a un libro che, a sentire il padre, la figlia non avrebbe mai letto.
Per Elisa Fuksas questo non è un film scelto, ma un film arrivato da sé: “Queste cose secondo me noi non le sappiamo veramente. Le cose ci accadono, ti cadono addosso, e veramente questo film mi è un po’ capitato addosso. Un film da cui io scappo da sempre e che ho iniziato a fare da sempre, perché coincide in fondo con me e mio padre”. A fare la differenza è stato il ritrovamento di vecchie riprese: “Quando ho ritrovato queste cassette, questi mini DV, e ho visto com’erano, cioè che erano tutte interrotte e sovrascritte, con tutti pezzi che non avevano niente a che fare gli uni con gli altri, eppure avevano molto a che fare tra di loro perché erano la nostra vita, allora ho detto: forse invece questo film è il caso che… Non dico che lo finisca, perché figurati, finire è un sogno, però che abbia un compimento, almeno per un po’. Che si compia”.
Pur essendo il protagonista, Massimiliano Fuksas ribalta subito la prospettiva: “Più che altro c’è lei”. Una lettura che la figlia respinge con un sorriso: “Non è vero, è sempre questo gioco che fa, ma non è così”. Per spiegare quel rapporto tra chi racconta e chi viene raccontato, l’architetto chiama in causa la Nouvelle Vague: “Mi fa pensare, con tutto il rispetto, alla Nouvelle Vague, che alla fine c’era sempre lui che lo faceva, Godard o qualcun altro. Ma c’era Godard, che poi era se stesso: era sempre se stesso che raccontava le storie del mondo e dell’architettura. Godard era molto innamorato dell’architettura, delle villes nouvelles per esempio, delle nuove città”.
Nel film a un certo punto Massimiliano Fuksas dice: “Ho fatto Fuksas tutto il giorno”, ma cosa significa essere Fuksas? Per Massimiliano la risposta passa dalla Lituania, da dove viene la sua famiglia: “È difficilissimo dire ‘fare Fuksas tutto il giorno’. Quando sono stato invitato dal sindaco di Kaunas, città di origine della mia famiglia, gli chiesi: ‘Vengo, se mi trovate qualche altro Fuksas’. E loro cercarono e non trovarono più nessuno”. Anni dopo, un incontro inatteso a Vilnius riporta a galla un nome dimenticato: “Una signora di un’età indefinibile mi disse: ‘Ma lei è parente di Gražina?’. Chi era Gražina? Io non mi ricordavo. Gražina vuol dire ‘bella’. Mi ricordai che era la prima moglie di mio zio, che scappò in Canada perché anche lei era ebrea”.
Da quella scoperta nasce il bisogno di non disperdere la memoria familiare: “Capii che di queste tracce non era rimasto quasi nulla, pochissime tracce. E allora l’idea è stata di scrivere un libro. Tutto è stato un caso nella mia vita. C’era anche questo fatto di dire: lasciamo delle tracce di quello che è stata la mia famiglia, perché io me le ricordo”. Ricordi affidatigli soprattutto dalla nonna e dal padre: “Mia nonna paterna, che era nata alla fine dell’Ottocento, mi aveva raccontato quasi tutto. E mio padre non ha avuto il tempo, però nei primi sei anni della mia vita mi ha raccontato tante cose. E tantissime cose che mi vengono in mente, molte storielle ebraiche, sempre basate sul rabbino. Tutte queste cose, ho detto: proviamo a scriverle”.
Da tutta la vita però non è l’adattamento di quel libro, anzi. Massimiliano Fuksas è convinto che la figlia non l’abbia mai letto, e lo dimostra con una scena del film: “Come con tutti i libri, c’è sempre qualcuno che decide di farci un film. Ma questo non è un film dal libro. Lei neanche l’ha letto, il libro, come ammette con Carlo Verdone nel film, perché c’è una scena in cui Verdone dice: ‘Ma come pensi di fare un film su tuo padre se non leggi quello che scrive tuo padre?’. E lei dice: ‘Ma io lo conosco bene’. È l’unica che credo non l’abbia letto, il libro, e sono convinto di questo”. Pronta la replica di Elisa: “Beh no, lo giuro, lo prometto”.
“Quanti anni sono che abbiamo iniziato a girare questo film?” chiede la regista al protagonista. E lui: “Da tutta la vita”. Da tutta la vita è il racconto pubblico e privato di Massimiliano Fuksas, fatto di architettura, pittura, incontri straordinari, passione, ma anche perdite e ricordi incongruenti. Tra presente e passato, il rapporto tra protagonista e regista si specchia in quello tra padre e figlia che finalmente, grazie a questo film di una vita, riescono a conoscersi e, soprattutto, a inventarsi.
Written by: Chiara Nicoletti
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Da tutta la vitaFestival
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