“Je so’ pazzo”, intervista agli attori Giovanni Ludeno e Mariasole Pollio
Maria Sole Pollio e Giovanni Ludeno raccontano Je so' pazzo, il film su Pino Daniele, alla Festa del Cinema di Roma 2026.
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Dopo il passaggio a Cannes, Minotaur, il nuovo film del regista russo Andrej Zvyagintsev, arriva nella sezione Best of della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma 2026 e sarà al cinema dal 29 ottobre con BIM.
Russia, 2022: quando Gleb, un amministratore delegato di successo, si trova assediato da crescenti pressioni aziendali e da un mondo sempre più instabile, il crollo della sua vita ordinata precipita verso la violenza.
Zvyagintsev racconta il labirinto in cui vive ogni coppia, il passaggio da un remake di Claude Chabrol alla realtà russa del 2022 e 2023, il triangolo amoroso al centro della storia, il rischio di perdere il contatto con la realtà in un mondo dominato dall’informazione e la ricerca della bellezza anche nel racconto degli orrori.
Nel film la violenza della guerra sembra riflettersi nella vita matrimoniale, ma per Zvyagintsev i due piani non sono necessariamente legati: “Non chiaramente o necessariamente questi due aspetti della vita privata e della vita sociale, della pace e della guerra, sono legati tra di loro”.
Secondo il regista, “la gente continua a vivere, a convivere e a stare nel proprio labirinto a prescindere da quello che succede fuori, con tutte le violenze, la pressione, l’amore, le fedeltà e le infedeltà, in questo brodo dove ribolle la vita di una coppia, mentre all’esterno ci può essere la pace oppure la guerra”.
Il punto di partenza del progetto era un altro film: “Inizialmente avevo iniziato lavorando al remake di un film di Claude Chabrol che raccontava esclusivamente una storia familiare e criminale, un thriller con un plot molto teso”.
Spostare la vicenda nel presente russo ha cambiato tutto: “Trasponendo la storia nella realtà russa del 2022 e 2023, è stato inevitabile dover raccontare il contesto circostante, mostrando come la gente scelga di non parlare e non vedere quello che succede al confine e nel territorio dell’Ucraina”.
Il regista rifiuta l’idea di una metafora costruita a tavolino: “Non volevo fare di questo film una metafora della vita sociale, ma semplicemente raccontare le dinamiche di un triangolo amoroso tra marito, moglie e amante. L’apparizione dell’amante non nasce dal nulla, ma dal vuoto emotivo e dall’assenza di vicinanza che attanagliava la protagonista”.
Eppure il clima del Paese finisce per entrare nelle case: “Vivere in una situazione di costante incertezza e stress, senza prospettive per il futuro e con un orizzonte limitato al giorno dopo, genera una tensione che inevitabilmente si ripercuote sulla coppia e incrina i rapporti interpersonali. Questa catastrofe che si sta vivendo attualmente in Russia si rispecchia inevitabilmente nella vita quotidiana delle persone”.
Le vetrate e le architetture fredde di Minotaur, dove i personaggi si vedono senza riuscire a comunicare, raccontano anche un’epoca in cui possiamo vedere tutto senza davvero capire: “Oggi abbiamo l’intero mondo nel palmo della mano grazie alle tecnologie, ma allo stesso tempo siamo distanti da un contatto autentico, intimo e tattile con la realtà. Tutto viene misurato come un flusso continuo di informazioni nell’unità di tempo e finiamo per sorvolare sulle cose davvero essenziali”.
Per Zvyagintsev l’antidoto è la contemplazione: “Per evitare di trasformarci in robot o in funzioni vuote al nostro interno, dobbiamo tutelare la nostra capacità contemplativa. Se si esce in mezzo alla natura e si osserva un uccello che vola sopra un fiume, quello è un momento di eternità: è un gesto che accadeva migliaia di anni fa e continuerà ad accadere anche quando noi non ci saremo più”.
Una scelta che il regista applica anche alla propria vita: “La mia scelta personale è stata quella di non utilizzare alcun social network, niente Facebook, Instagram o chat, per isolarmi da un rumore di fondo inutile che crea solo distrazione”.
Anche davanti agli aspetti più cupi della realtà, per Zvyagintsev lo sguardo del cinema non può rinunciare all’estetica: “L’obiettivo fondamentale dell’artista e del regista deve essere sempre quello di cercare la bellezza del mondo. Anche quando si raccontano gli orrori e gli aspetti più cupi della realtà, bisogna farlo con una resa estetica impeccabile e curata nei dettagli, in modo che ogni inquadratura esprima una profonda ammirazione per la bellezza del mondo”.
Russia, 2022. Gleb, un imprenditore di successo, vive con sua moglie Galina e il figlio in una città di provincia. Si trova ad affrontare crescenti problemi professionali, in un mondo sempre più instabile. Il crollo di una vita costruita con cura precipita rapidamente nella violenza.
Written by: Chiara Nicoletti
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