“Le donne continuano a morire di femminicidio, quindi dobbiamo ancora fare rumore. Questo è il nostro modo di fare rumore”. Paola Randi non ha dubbi sul motivo per cui Se domani non torno, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026, sia un film necessario oggi.
“Giulia è una di noi. Può essere nostra sorella, nostra figlia, la nostra amica. La sua famiglia ci somiglia”, osserva Randi. È proprio questa vicinanza a rendere impossibile considerare il femminicidio come qualcosa che riguarda soltanto gli altri, persone lontane o contesti estranei alla nostra quotidianità.
Ma il vero punto di svolta, per la regista, è stato il discorso di Elena Cecchettin. “La lucidità con la quale Elena, e poi Gino ha raccolto il testimone, ha identificato il problema e l’ha chiamato col suo nome, cioè patriarcato”.
Randi ricorda l’emozione di quel momento, quando una parola a lungo considerata un tabù è entrata con forza nel dibattito pubblico.
Raccontare l’assenza di Giulia Cecchettin
Di fronte alla possibilità di dirigere un film su una vicenda così dolorosa e ancora presente nella memoria collettiva, Randi racconta di aver provato inizialmente una forte preoccupazione. Non si trattava di stabilire se la storia meritasse di essere raccontata, ma di capire se il cinema potesse aggiungere qualcosa di significativo.
La risposta è arrivata leggendo Cara Giulia, il libro di Gino Cecchettin, scritto con Marco Franzoso, a cui il film è liberamente ispirato.
“Ho letto il libro e ho capito che, per me, la chiave di lettura era l’assenza. Cioè, io dovevo raccontare l’assenza di Giulia e che cosa significava nell’universo, per la famiglia, la conseguenza gigantesca di un’assenza”.
È una scelta che sposta il racconto lontano dalla spettacolarizzazione della cronaca, concentrandolo su ciò che la perdita provoca nelle persone che restano. Il film, scritto con Lisa Nur Sultan, segue la famiglia Cecchettin attraverso un dolore che modifica radicalmente la percezione del quotidiano e il rapporto con il mondo esterno.
Randi individua anche un altro ostacolo: la quantità di immagini e notizie sulla violenza a cui siamo costantemente esposti.
“Siamo sottoposti a una tale quantità di roba che ogni tanto, giustamente, ci difendiamo e quindi entriamo come in una sorta di anestesia”.
Il suo obiettivo era intervenire proprio su quella distanza emotiva. “Io questa anestesia la volevo togliere. Volevo riaccendere, cercare di riaccendere i canali dell’empatia e cercare di farci immedesimare nel percorso di questa famiglia”.
Una direzione condivisa con Sultan, con il produttore Guglielmo Marchetti e successivamente discussa con Gino, Elena e Davide Cecchettin.
Paola Randi: “Dobbiamo mettere l’amplificatore a quel rumore”
C’è però una domanda che attraversa l’intervista: che cosa è rimasto, tre anni dopo, del rumore delle piazze? E come leggere le reazioni sempre più aggressive nei confronti di chi continua a denunciare la violenza di genere?
Randi propone un’interpretazione che rovescia la prospettiva.
“Secondo me il fatto che la reazione sia ancora più feroce probabilmente ci indica che forse stiamo andando nella strada giusta”.
Il patriarcato, spiega, non è un ordine naturale, ma una struttura sociale antica, stratificata e profondamente radicata. Non può dissolversi immediatamente. E quando viene messa in discussione, reagisce.
“Però forse a questo punto dobbiamo mettere l’amplificatore a quel rumore. Il film fa esattamente questo. Cioè lo scopo del film è mettere l’amplificatore”.
Non si tratta, per Randi, di rispondere alla violenza con un linguaggio altrettanto aggressivo. Al contrario, il percorso della famiglia Cecchettin indica un modo diverso di affermare la propria posizione.
Se domani non torno: l’autorevolezza dell’ascolto
È qui che il discorso della regista assume una dimensione anche generazionale. Di fronte a chi difende il sistema patriarcale attraverso atteggiamenti autoritari, Randi rivendica una comunicazione fondata sulla dignità e sulla capacità di ascoltare.
“L’autorevolezza non passi dall’autoritarismo, né dal bullismo, né dalla violenza, ma passi dal contenuto, dalla dignità, dalla disposizione all’ascolto”.
Un ascolto che deve rivolgersi soprattutto ai più giovani, senza pretendere di offrire risposte prima ancora di avere compreso le loro domande.
“Quando i ragazzi si fanno sentire, la prima cosa che bisogna fare, secondo me, è stare ad ascoltare”.
Con Se domani non torno, nelle sale italiane dal 5 novembre 2026, Paola Randi affida dunque al cinema il compito di prolungare la vita di quelle parole e di quella mobilitazione. Senza attribuire al film il potere di risolvere una questione sistemica, ma chiedendogli di impedire che venga nuovamente relegata al silenzio.
“Quindi noi abbiamo solo messo l’amplificatore, poi dopodiché sta a tutti noi e a tutte voi”.
Plot
Una famiglia come tante nella provincia del nord est. Gino Cecchettin e i suoi figli: il più piccolo Davide al liceo, la grande Elena che è all’estero a studiare e Giulia che sta per laurearsi. Potrebbe essere la nostra. Ma l’11 novembre 2023 Giulia scompare e niente è più come prima. Inizia un incubo che non credevano potesse accadere a loro. Questa è la storia di un’assenza gigantesca e di come una famiglia come tante trova la forza di trasformare un inimmaginabile dolore privato in un grido collettivo d’impegno per il cambiamento. Perché storie come questa non debbano più essere raccontate.