Dall’83ª Mostra d’arte cinematografica di Venezia 2026, dove condurrà le serate di apertura e di chiusura insieme a Nicolas Maupas, l’attrice e regista Greta Scarano si racconta: dal valore di essere quest’anno maestra di cerimonie e non madrina, alla scarsità di donne in concorso, fino alla scelta di continuare a esprimere pubblicamente la propria posizione sul genocidio a Gaza, anche quando altri artisti scelgono il silenzio.
“Sono la quota femminile di questa mostra”
Alla domanda su quanto sia importante quest’anno essere maestra di cerimonie e non madrina, Greta Scarano lo lega direttamente al suo lavoro dietro la macchina da presa: “Sono molto grata di questa opportunità e penso che dipenda molto anche dal mio film da regista. Questa chiamata è arrivata anche fondamentalmente per questo”. Ma al riconoscimento personale si accompagna un’amara constatazione sulla presenza femminile alla Mostra: “Sono la quota femminile di questa Mostra. Sono così perché c’est un po’ di scarsezza, diciamo, grave scarsezza di donne, e mi sento un po’ sola, che non va bene”. La speranza, dice, è “in un futuro più roseo”.
Il “maestro” e la “maestra”: un automatismo culturale
Interrogata sul fatto che la scarsa presenza femminile, specialmente in concorso, possa dipendere anche da un’abitudine a guardare con reverenza il lavoro degli uomini, al punto da non premiare opere di donne percepite, magari a torto, come “minori”, Greta Scarano individua un meccanismo culturale preciso: “Quando diciamo ‘maestro’ pensiamo al maestro, al grande regista; quando diciamo ‘maestra’ pensiamo alla maestra di scuola. Quindi c’è sicuramente un automatismo culturale che scatta”. A questo, sottolinea, si somma un problema strutturale di accesso: “C’è sicuramente un problema di accesso delle donne, e anche soprattutto l’idea che la regia sia un mestiere anche femminile non è ancora così diffusa. Non credo che le ragazze pensino ‘voglio fare, quasi quasi faccio la regista’; è difficile, sono ancora troppo poche”.
Rispondere alla propria coscienza
Greta Scarano ha più volte dichiarato, anche in precedenti interviste, di voler continuare a esprimere pubblicamente la propria posizione sul genocidio a Gaza in un momento in cui molti artisti, anche di primo piano, scelgono di tirarsi indietro. Alla domanda sul perché lo faccia, risponde senza esitazioni: “Io non penso che la mia opinione su quelle cose, sul genocidio in Palestina, sulle cose in generale del mondo, valga di più dell’opinione di qualcun altro soltanto perché faccio questo mestiere. Però io so che ho una coscienza, ho degli occhi, e quindi non riesco proprio a fare diversamente; rispondo alla mia coscienza perché purtroppo mi informo tantissimo, so come vanno le cose, ed è qualcosa che mi scuote talmente dal profondo che non riesco a non fare nulla”. Il suo impegno si traduce in gesti concreti: “vado a fare le letture, firmo appelli, vado fisicamente, presto il mio volto, dico delle cose”. Mentre sulla scelta di altri di tirarsi indietro osserva: “il mondo è un posto molto vario dove ci sono persone che fanno tante cose diverse, altrimenti non ci sarebbero guerre e saremmo tutti felici e tranquilli. Bisogna purtroppo accettare il fatto che non siamo tutti uguali”. Sul rapporto con la Biennale, chiude con una battuta: “Sanno benissimo come la penso perché l’ho sempre espresso, quindi insomma, si prendono tutto il pacchetto”.