“Interno Familiare”, intervista all’attrice Marianna Fontana
Alla Festa del Cinema di Roma 2026, Marianna Fontana racconta Interno familiare, l'Anastasia di Anna Maria Ortese tra canto, desiderio e libertà
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"Interno Familiare", intervista al regista Paolo Coletta Chiara Nicoletti
Presentato nella sezione Freestyle della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, Interno familiare è il primo lungometraggio di finzione del regista, compositore e drammaturgo teatrale Paolo Coletta, tratto dall’omonimo racconto di Anna Maria Ortese contenuto nella raccolta Il mare non bagna Napoli. Nella Napoli di un tempo sospeso, alla Vigilia di Natale, Anastasia Finizio (Marianna Fontana) è una giovane donna indipendente, ma legata a una famiglia che dipende interamente da lei e per la quale ha sacrificato gran parte della propria libertà. Quando la sua migliore amica Dora le annuncia il ritorno di Antonio Laurano, l’uomo che anni prima aveva acceso in lei la speranza di un’altra vita, Anastasia si confronta in ventiquattr’ore con ciò che è diventata e con ciò che avrebbe potuto essere. Un film musicale, non un musical, in cui parola e canto si intrecciano e il quotidiano si apre all’immaginazione. Paolo Coletta racconta la nascita del progetto da uno spettacolo teatrale, il codice dell’opera buffa napoletana, la musica come strumento di suspense, la scelta di Marianna Fontana e il suo “tempo del respiro”, il rischio di raccontare un film femminile da uomo e un finale che apre a una possibilità.
Tutto è cominciato in teatro: “Le scelte dei linguaggi sono spesso casuali, poi siamo noi a creare dei nessi, spesso a posteriori. Questa cosa nasce da uno spettacolo teatrale prodotto dal Teatro di Napoli, dal Mercadante, di tanti anni fa, fatto con cinque colleghe bravissime. E io, dato che scrivo musica da sempre e ho scritto opere, balletti, musiche di scena per tutto il teatro italiano, ho nella parola cantata la forma più consona alla mia espressività. Allora decisi di farne una piccola operina”. Anche il racconto, il secondo dei cinque di Il mare non bagna Napoli, raccolta il cui titolo, ricorda il regista, fu pensato da Italo Calvino quando il libro uscì per la prima volta da Einaudi, prima di passare ad Adelphi, non fu una sua scelta: “Il secondo mi fu assegnato, quindi non lo scelsi neanche deliberatamente. La casualità ha un po’ accompagnato anche il pensiero magico”.
La magia riguarda la poetica di Ortese, che secondo Coletta è “ascrivibile al realismo magico, poi con un’estensione latinoamericana, García Márquez”, ma anche il modo in cui il film si sviluppa. L’alternanza tra parola parlata e cantata nasce da un modello preciso: “Avevo bisogno di riferirmi al codice dell’opera buffa, perché l’opera buffa di matrice napoletana, Pergolesi, Cimarosa, ti consente di far convivere due piani linguistici agli antipodi, quello tragico e quello comico, nello stesso momento. Cosa che il musical non sempre fa: nel musical, quando parte un pezzo musicale, siamo tutti con la protagonista o con il protagonista in una sola direzione, penso a *Singin’ in the Rain* o a *Dancer in the Dark*. L’opera buffa è qualcosa di più complesso, ma anche di più divertente, perché mentre la Contessa d’Almaviva nelle *Nozze di Figaro* vive il suo dramma di non amata, tutto attorno questo luna park pazzesco di eventi continua ad esistere. Così come nel mio film la famiglia, che è un personaggio fondamentale, questa gabbia dorata, continua a vivere e a divertirsi”.
Quel divertimento, spiega il regista, va inteso in senso preciso: “Produce azione e spesso rappresenta per noi spettatori un’informazione che gli stessi protagonisti non hanno. Così succede in Hitchcock: quando Hitchcock ci mette al corrente di qualcosa che i protagonisti non sanno, noi siamo in contatto con lui. Avevo bisogno di una matrice di questo tipo. Quindi la musica è la pistola sotto il tavolo di Hitchcock”.
Il casting, realizzato con Marita D’Elia, non è stato facile, ma sul nome della protagonista non ci sono stati dubbi: “Per Anastasia Finizio andava scelta un’interprete che meritasse questo ruolo anche da un punto di vista testimoniale. Marianna per generazione, per attendibilità, per solidità espressiva a Napoli, ma direi in tutta Italia. Quando è uscito il nome di Marianna Fontana, parlando con Pierluigi, con Marita, con Luciano Stella e con tutta la sacra famiglia dei produttori, c’è stata una convergenza immediata”. Il canto è stato una sorpresa, e la vera sfida era non perdere l’emozione: “La parola cantata in questo film, riferendosi al codice dell’opera, è una parola astratta, e astratta significa che corre il rischio di rimanere scollegata dall’immedesimazione, dal reale, dall’emotività. Ma le grandi artiste, da Montserrat Caballé alla Callas, alla Tebaldi, a Cecilia Bartoli, sono delle grandi artiste della scena. La differenza fra un’artista qualsiasi che switcha nella parola cantata facendola diventare una melodia a sé stante e Marianna Fontana, che quando attacca a cantare non cambia assolutamente lo stato d’animo di prima, è esattamente questa”. Per tutto il film, aggiunge, Fontana “canta cose impossibili”: “Nella parola cantata nell’opera il tempo non è mai quello metronomico, quantizzato. È un tempo del respiro, e lei ha il tempo del respiro. Questo è il più grande complimento che io posso fare a Marianna: ‘Tu hai avuto il tempo del tuo respiro applicato a una partitura piuttosto complessa’”.
Coletta non nasconde la questione: “Bisogna chiarirlo, questo è un film femminile raccontato da un maschio, e c’è il rischio del mansplaining, dell’appropriazione culturale”. Il suo riferimento, con tutta la modestia del caso, è Bergman e la sua “perforazione dell’animo umano pazzesca”. Il primo passo è stato liberare Anastasia dall’età: “Anna Maria Ortese affronta il problema di una donna sulla soglia dell’adultità matura, perché 39 anni nel 1953 sono la soglia come oggi averne 58. Il primo problema che abbiamo sganciato è questa specie di countdown relativo alla fisiologia di una donna che potrebbe scadere. Non ci interessa, l’abbiamo spazzato via. Marianna ha 29 anni ed è una donna che rimette in discussione il rapporto con se stessa. Una donna, ma potrebbe anche essere un uomo, un ragazzo”.
Anche il tempo del racconto è sospeso: “Mentre giravo lo dicevo ai miei creativi, a Gianni Mastrantonio, alla fotografia, alla stessa Marianna, alla costumista che ha fatto un capolavoro di astrazione: ci siamo staccati dal ’53. Potrebbe essere oggi, l’altro ieri, domani”. Quello di Anastasia, per il regista, è un viaggio dentro i propri desideri: “Fa un’esplorazione di possibilità. C’è una scena, in uno dei sogni che lei fa, in una di queste derive mentali, in cui si siede accanto a una vasca da bagno con un uomo nudo, un uomo senza volto, perché, come succede nei sogni, lei non riesce a visualizzarne la faccia. Lei è elegantissima, un cyborg, perfettamente vestita in questo abito di alta manifattura con un cappello, e lo guarda. Il cinema è veramente luce e immagine, e io adoro quella scena, perché vedere una donna così giovane che esplora il corpo nudo di un uomo rimanendo in qualche maniera sospesa lo trovo stupendo”.
Senza svelare il finale, Coletta spiega di essersi allontanato dalla cupezza del racconto originale, in cui Anastasia resta imbrigliata nella casa di famiglia: “Lei indaga la propria identità fino a trovare una terza via. Noi abbiamo fatto una scelta di apertura possibile”.
Nella Napoli di un tempo sospeso, alla Vigilia di Natale, Anastasia Finizio è una giovane donna indipendente, ma legata a una famiglia che dipende interamente da lei e per la quale ha sacrificato gran parte della propria libertà. Quando Dora, la sua migliore amica, le annuncia il ritorno di Antonio Laurano, l’uomo che anni prima aveva acceso in lei la speranza di un’altra vita, Anastasia si confronta con ciò che è diventata e con ciò che avrebbe potuto essere. Realtà, memoria, desiderio e sogno cominciano così a confondersi, nella continua oscillazione tra reale e immaginario propria del realismo magico di Anna Maria Ortese
Written by: Chiara Nicoletti
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