“Je so’ pazzo”, intervista al regista Nicola Prosatore e all’attore Massimiliano Caiazzo
Nicola Prosatore e Massimiliano Caiazzo raccontano Je so' pazzo, il film su Pino Daniele, alla Festa del Cinema di Roma 2026.
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"Spaccanapoli Times", intervista alla regista Nadia Baldi e lo sceneggiatore e interprete Ruggero Cappuccio Chiara Nicoletti
Presentato nella sezione Freestyle della 21ª edizione della Festa del Cinema di Roma, Spaccanapoli Times di Nadia Baldi, su soggetto e sceneggiatura di Ruggero Cappuccio, è una dirompente macchina comica in cui la comicità volontaria diventa una lente per leggere la realtà del male di vivere. Giuseppe Acquaviva, il fratello maggiore, scrittore e ossessivo-compulsivo, convoca nella dimora avita i suoi tre fratelli, Gabriella, Gennara e Romualdo, per un motivo che resta un mistero. Gli unici oggetti ancora integri della casa sono le migliaia di bottiglie d’acqua che ricoprono i muri di uno dei saloni, mentre tra loro appare e scompare una bambina, Micól. Giuseppe annuncia l’arrivo di una guerra invisibile e, insieme a Micól, ha un piano segreto per liberare le persone dal violento processo di disumanizzazione planetaria in corso, che porterà i fratelli e gli inquilini del palazzo sui tetti, dove incontreranno un mondo di artisti che ha scelto di vivere fuori dalla rete della massificazione sociale. Un film dalle tinte comiche e surreali e dalla struttura futurista. Nadia Baldi e Ruggero Cappuccio raccontano una Napoli travolta dalla globalizzazione, la fragilità e la creatività dei fratelli Acquaviva, la casa di Roberto De Simone dove il film è stato girato, l’acqua come memoria, la piccola Micól e la salvezza dei tetti.
Per Nadia Baldi la riunione dei fratelli nella casa di famiglia è solo l’inizio: “È un pretesto, perché in sostanza il film poi sviluppa tutto un altro percorso, estremamente interessante, perché ci stiamo occupando di quanto noi siamo in una realtà e di quanto invece ci vogliano in una dimensione irreale. Sono molto contenta perché è un argomento che mi tocca particolarmente”.
Il punto di partenza, per Ruggero Cappuccio, è la città: “Napoli negli ultimi decenni sta vivendo un fenomeno di globalizzazione furioso, come tante altre capitali europee e metropoli italiane. Fa scalpore vedere come Napoli, che è una città comunitaria, una città di tradizioni, di popolo, di religioni, di paganesimo e cristianesimo che convivono, stia diventando giorno dopo giorno un parco a cielo aperto, e che dunque le comunità facciano fatica a viverci. Lo studente non trova più una casa nel centro storico, non la trova più l’impiegato, non se la può permettere. I proprietari vogliono vendere perché non riescono più a vivere una vita normale in questi luoghi”.
In questa Napoli si muovono i fratelli Acquaviva: “Sono quattro persone fragili, che hanno fatto delle scelte particolari nella loro vita. Un fratello vive in una grotta davanti al mare, le sorelle in un monastero, in una casa famiglia. L’altro fratello è un pittore che dipinge quadri, ma al termine dell’opera li distrugge. Sono persone fragili che hanno però una creatività immensa, e soprattutto il film ci racconta come nulla c’è al mondo di serio che non possa essere raccontato in chiave comica, e come non ci sia nulla di comico a questo mondo che non abbia anche risvolti molto seri”. Ne nasce, spiega Cappuccio, “un film molto accogliente, molto godibile, dove il sorriso e la risata regnano, ma su paesaggi che sono invece molto impegnativi”.
I quattro fratelli arrivano a progettare “una rivoluzione umana”. Cappuccio la spiega con un esempio volutamente provocatorio: “Milano, Roma, Napoli, ci si sveglia alle 7, alle 8 si esce di casa, si entra al lavoro, otto ore, si finisce alle 17. A metà mattinata è arrivata una telefonata del commercialista che annuncia una cartella dell’Agenzia delle Entrate. Siamo distrutti, torniamo a casa alle 18:30, dobbiamo passare dal supermercato, arriviamo alle 20. Due figli ci chiedono cose sulle loro scuole, sui loro impegni. Alla fine della serata marito e moglie finiscono su un divano davanti a un talk show. La domanda è: a che ora una persona oggi formula un pensiero? Non una rivoluzione, non a che ora legge La montagna incantata di Thomas Mann, a che ora formula un pensiero? Questo è molto preoccupante. I fratelli Acquaviva in qualche modo reagiscono a ciò: rivogliono il loro tempo e la loro fantasia”.
Il film è stato girato nella casa di Roberto De Simone, un luogo che per Nadia Baldi è stato un ritorno: “Essendoci stata per le interviste che ho fatto con la RAI, tornare mi faceva sentire a casa, perché è una casa piena di cultura, di bellezza, di emozioni che queste mura riuscivano a restituirmi. Non poteva che essere quella la casa dove mettere tutti al lavoro, e in qualche modo Roberto De Simone c’era pur non essendoci”. Anche per Cappuccio il legame è personale: “Con Nadia ci andavamo sempre quando Roberto era vivo, abbiamo avuto dialoghi meravigliosi con lui. Tornare nella casa di un artista che si è battuto molto contro la globalizzazione, contro i fenomeni della massificazione, della distruzione di una civiltà, è stato importante, perché il palcoscenico di questa storia era il palcoscenico nel quale aveva vissuto una persona che si era battuta per questo”.
La stanza delle bottiglie nasce dalla sceneggiatura di Cappuccio, tratta da un suo testo teatrale premiato come migliore novità italiana, di cui Baldi si è innamorata decidendo di farne un film. Per la regista l’acqua era indispensabile: “L’acqua è memoria, l’acqua è vita. E siccome oggi occuparci dell’acqua è anche il nostro problema, e questi fratelli si occupano di tutta una serie di problematiche che metteranno al servizio di una rivoluzione, era fondamentale che ci fosse”. Cappuccio aggiunge: “Loro la collezionano per annate, e generalmente questo si fa con il vino. Però senza vino si potrebbe sopravvivere, anche se qualcuno avrebbe qualcosa da ridire, ma senza acqua certamente no. Restituire all’acqua la sua preziosità, che ormai diamo per scontata ma scontata non è, ha un significato molto forte. Collezionare acqua per questa famiglia significa collezionare un elemento che proviene da sorgenti, luoghi, paesaggi diversi. Ogni bottiglia è collegata a un momento preciso della loro vita e a dei ricordi molto intensi”.
Nelle note di regia Nadia Baldi indica in Micól il personaggio con cui si identifica: “È quella parte di me che è rimasta bambina e che attraverso l’arte, il cinema, aveva bisogno di mettere in luce il disappunto rispetto a una società, a una situazione in cui ormai ci hanno ingabbiati. Affidare a una bimba una critica così forte per me è stato estremamente importante, perché anche i bambini oggi sentono che c’è qualcosa che non torna. Solo che noi adulti dobbiamo essere in grado di raccontarglielo, di farglielo capire, e il film per me è un momento in cui si può lasciare qualcosa di detto proprio ai ragazzi e ai giovani”. Per Cappuccio la bambina pone una domanda sull’immateriale: “Noi esseri umani siamo davvero il nostro corpo o il pensiero ha un ruolo importante nella nostra vita e nella vita delle civiltà? Il pensiero dell’innamoramento non ha peso, non ha forma, non ha colore, non è materia. Il suono stesso non è materia. Questa bambina in questo film è materia o non è materia? E quanto può pesare l’immateriale nelle nostre vite? Tutte le decisioni nascono in fondo dalla non materia. Nell’Amleto di Shakespeare tutta la storia parte da un fantasma che compare ad Amleto e dice: ‘Vendicami’”.
Il viaggio dei fratelli Acquaviva li porta in alto, sui tetti. “I tetti rappresentano la salvezza estrema, la possibilità di risorgere, di rinascere”, spiega Cappuccio, “perché gli artisti, e non solo gli artisti della città, decidono che stare per strada, stare per terra, è poco, e questo desiderio di elevazione diventa un desiderio interiore, ma anche fisico. Quindi vanno tutti a vivere sui tetti, a suonare sui tetti, a dipingere sui tetti”. Per Nadia Baldi è la soluzione che i fratelli cercano dall’inizio: “I tetti sono la possibilità di uscire da queste gabbie e far sì che il cielo, la luna, gli uccelli possano essere finalmente raggiunti, per accompagnarci a qualcosa di molto più vicino all’umano e non al disumano che le città ormai propongono”.
Spaccanapoli Times è una dirompente macchina comica dove la comicità volontaria diventa una lente per leggere la realtà del male di vivere. Giuseppe Acquaviva chiama a raccolta i suoi tre fratelli, i quali lo raggiungono nella dimora avita. Il motivo della convocazione resta un mistero. Gli unici oggetti ancora integri presenti nell’antica casa sono le migliaia di bottiglie d’acqua che ricoprono i muri di uno dei saloni. E i quattro fratelli Acquaviva, uniche testimonianze in carne e pensiero di un mondo in rovina: Gabriella, folle e persa tra i ricordi, ama l’amore, ma non gli amanti; Gennara, che oscilla tra gioia e tormento come tra la lingua napoletana e quella sicula, venera la dimensione dello spirito; Romualdo, pittore, vive in preda alle sue fobie. Tra loro appare e scompare una bambina, Micól. E mentre Giuseppe, il fratello maggiore scrittore e ossessivo-compulsivo, rivela che è in arrivo una guerra invisibile, si attende l’arrivo un uomo arcano. Ma arrivano anche nuovi personaggi, stravaganti e familiari, a toccare note inaspettate dell’anima di chi osserva. Lo spettatore scoprirà che esiste un piano segreto di Giuseppe e Micól volto a trovare una soluzione che liberi le persone dal violento processo di disumanizzazione planetaria in corso. I fratelli Acquaviva e gli inquilini del palazzo si ritroveranno sui tetti, raggiungendo le terrazze degli edifici vicini attraverso pericolose passerelle aeree. Lassù incontreranno un mondo di artisti che ha deciso di vivere al di fuori della rete della massificazione sociale. Il risultato è un film dalle tinte comiche e surreali, caratterizzato da un’originale struttura futurista.
Written by: Chiara Nicoletti
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Spaccanapoli TimesFestival
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