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Alice nella Città - Roma

“Selfie-Lato B”, intervista al regista Agostino Ferrente

todayOctober 24, 2026

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Agostino Ferrente su Selfie-Lato B: “Tutto quello che non serve più allo scopo si butta. Vorrei che non valesse per le vite”

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    "Selfie-Lato B", intervista al regista Agostino Ferrente Chiara Nicoletti

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Presentato alla 23ª edizione di Alice nella città, Selfie – Lato B è il nuovo film di Agostino Ferrente, che dieci anni dopo le riprese di Selfie torna al Rione Traiano di Napoli immergendosi nelle immagini rimaste fuori dal montaggio. Nell’estate del 2014 Davide Bifolco, sedici anni, viene ucciso da un carabiniere che lo scambia per un latitante: per chiedersi il perché di quella morte nasce Selfie, in cui Ferrente affida due cellulari ad Alessandro e Pietro, sedicenni che diventano al tempo stesso protagonisti e cameraman. Senza girare nuove immagini, il regista scava ora nei bordi delle scene già viste e nei provini mai usati, allargando l’inquadratura ai “guaglioni” rimasti ai margini o del tutto fuori dal primo film, per chiedersi non che vite abbiano poi vissuto, ma quali avessero la possibilità di vivere. Ferrente racconta l’innamoramento per i suoi personaggi, la responsabilità di consegnare alla memoria il ritratto di un ragazzo di periferia, l’angoscia per le storie abbandonate negli hard disk, la scelta di trasformare i ragazzi da oggetto a soggetto e il rifiuto di ogni moralismo.

Una dichiarazione d’amore ai personaggi

Se Selfie – Lato B è una dichiarazione d’amore ai protagonisti del suo documentario, Agostino Ferrente ribalta la prospettiva: “Sono loro che non hanno mai lasciato me e io non potrei fare altrimenti, cioè io non potrei raccontare delle persone se non me ne innamorassi”. Un innamoramento che, per il regista, è alla base del suo lavoro, e che spiega con un paragone preso in prestito da Pietro, uno dei due protagonisti, che sogna di fare il barbiere: “Io lo dico sempre a Pietro: alla fine il regista è come il barbiere, cioè la persona entra e poi gli fai i capelli, lo metti in bella copia, cioè è sempre lui, però gli fai i capelli. Ecco, io ai personaggi faccio i capelli”.

La responsabilità del cinema del reale

Trasformare una persona in personaggio significa condensare una vita in pochi minuti, e Ferrente avverte questo compito come “una responsabilità enorme”, soprattutto quando si racconta chi non avrà altre occasioni: “Quando tu realizzi un documentario su un ragazzo che viene considerato un numero di una periferia e che non gli capiterà mai più, beh, tu hai una grande responsabilità perché consegni alla memoria, all’opinione pubblica, un ritratto inevitabilmente parziale”. Una responsabilità legata alla natura stessa del documentario, come spiega il regista ricordando anche il suo film precedente, Le cose belle: “La vita dei personaggi dei documentari, contrariamente a quei personaggi dei film di finzione, continua dopo i titoli di coda”. Da qui la decisione di dare una seconda possibilità ai ragazzi rimasti fuori da Selfie, nei quali Ferrente si identifica: “Io da ragazzino vivevo esattamente come loro, in situazioni come le loro. Allora ho deciso che quelli che avevo comunque coinvolto nei provini e che si sono aperti e che hanno regalato a uno sconosciuto la verità, beh, meritavano una seconda chance dopo essere rimasti fuori dal film. Innanzitutto per una mia questione etica che però si è trasformata in una cosa estetica”.

Le storie abbandonate negli hard disk

Per i protagonisti di un documentario, spiega Ferrente, una scena tagliata non è una semplice parte del lavoro come per un attore: “Per loro ogni scena coincide con un pezzo di vita vissuta o una cosa detta davanti alla telecamera, quindi è un momento che non torna più, non viene ripetuto come nei ciak del film di finzione”. Da qui nasce un’angoscia che il regista allarga ben oltre il cinema: “Ho sempre avuto questa angoscia di lasciare negli hard disk dei possibili nuovi film che solo per motivi commerciali venissero abbandonati, perché tutto quello che non serve più allo scopo si butta. Questo non riguarda solo il cinema, riguarda la nostra vita. E questo vale per i frigoriferi, vale per le macchine, vale per tutto. Vorrei che non valesse per le vite”.

Un film che non si finisce mai di guardare

Nel film la voce del regista dice di avere l’impressione di rivedere un film per la seconda volta, salvo accorgersi di non averlo ancora finito di guardare. Una sensazione che Ferrente lega, ancora una volta, all’amore: “Se tu ami qualcuno non ti stanchi di guardarlo, anzi il momento in cui non hai più voglia di guardarlo vuol dire che qualcosa è cambiato”. Alcuni ragazzi li frequenta ancora, altri li ha persi di vista fisicamente, ma non sullo schermo: “Forse è una cosa un po’ ossessiva, ma è un’ossessione d’amore e non riesco a staccarmi da loro”. È la realtà stessa, a differenza della finzione, a riservare continue scoperte: “Quando vado al mix o alla color e vedo l’inquadratura ingrandita, scopro cose di cui per anni non mi ero accorto: uno affacciato al balcone, uno che passa col motorino. E continuo a rificcarmi in una vita che avevo raccolto senza poi viverla fino in fondo”.

Da oggetto a soggetto

Affidare i cellulari ai ragazzi, precisa Ferrente, non ha mai significato delegare: “Non è una delega, non è un film partecipato”. Il regista spiega le due ragioni per cui ha chiesto loro di essere non solo attori di se stessi ma anche cameraman: “Uno per avere un punto di vista che altrimenti nessun operatore professionale potrebbe darti, e due perché li trasformi da oggetto a soggetto. Non è più la telecamera puntata come fosse un fucile su un bersaglio, ma sono loro che decidono quando staccare e quando mettere rec, condividendo scelte fondamentali”.

Basta con il moralismo

Nei ragazzi del Rione Traiano c’è spesso la consapevolezza di certe dinamiche, ma non gli strumenti per uscirne. Ferrente ne individua le radici nell’assenza di una rete che li sostenga: “Questi ragazzi nascono in situazioni dove spesso i genitori non ci sono: o hanno problemi con la giustizia, o sono emigrati fuori, oppure non hanno gli strumenti culturali per seguirli”. Una condizione che rende quasi inevitabile l’abbandono scolastico, con conseguenze ben diverse a seconda di dove si nasce: “Se abbandoni la scuola a 13 anni a Milano o a Reggio Emilia probabilmente c’è una società che ti protegge, ma se l’abbandoni là l’unica realtà interessata è la criminalità. […] I figli dei camorristi diventano ingegneri, avvocati, politici; i figli di questi poveracci diventano carne da macello, finiscono in galera o vengono ammazzati”. Per questo il regista ricorda con affetto la risposta di uno dei ragazzi, lontana da ogni conclusione edificante: “Quando un ragazzo ti dice ‘in ogni città c’è la persona buona e la persona malamente’, ti immagini la solita conclusione televisiva del tipo ‘io cerco di stare nel bene’. Invece lui dice: ‘No, a me stanno più simpatici quelli malamente’. Lì mi ha conquistato, perché basta col moralismo e diciamo le cose come stanno”.


Plot

Che fine fanno le immagini non montate dei documentari? Dieci anni dopo le riprese di Selfie, Agostino Ferrente torna al Rione Traiano di Napoli immergendosi nelle immagini rimaste fuori dal montaggio. Ritrova un coro di adolescenti vitali e inquieti, chiedendosi non che vite abbiano poi vissuto, ma quali avessero la possibilità di vivere.

Written by: Chiara Nicoletti

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